sabato 3 settembre 2011

Goodbye Weimar

03.09.11

-  5 Berlin Days  left


Ho perso il conto, come sempre. Ma progetto una visita di chiusura al cimitero sulla Heerstrasse, dunque avrò di che scrivere. Per ora guardo "Il Cielo sopra Berlino", alimentando quella che prevedo sarà una vera e propria ossessione per questo posto e sentendomi vagamente Castorp. Restare sulla Montagna sarebbe fatale quanto andar via - "il tempo guarirà tutto, ma che succede se il tempo stesso è una malattia?" - dunque in un paio giorni goodbye Weimar. Tuttavia no, congedarsi non richiederà solo poche righe.

giovedì 11 agosto 2011

La vendetta dell'URSS

-4  settimane, 28 Berlin days left

C'è la storiella dell'Asparago, il nostro caro e già citato amplificatore di Alexanderplatz. Quando l'URSS lo fece costruire si verificò un particolare fenomeno di riflessione solare, per cui la sfera all'estremità dell'Asparago fu squarciata da una croce di luce. Ovvero la Vendetta del Papa, è così che i Berlinesi chiamano quell'ironia della sorte.  
Stanotte ho assistito alla Vendetta dell'URSS. All'uscita della U-Bahn di Rosenthaler Platz, angolo Brunnenstrasse/Torstrasse, di fronte all'ennesima Bäckerai - mi perdo un po' nei dettagli, ne vale la pena - spunta il nostro Asparago, stavolta senza croce sul petto, ovviamente. Di notte la sfera alla sommità della Torre è illuminata dal basso e assomiglia vagamente a una navicella spaziale. Pochi centimetri più in alto, la luna piena:  la strada in prospettiva racchiude le due sfere, e magari un occhio più attento o solo più fantasioso potrebbe udire o leggere 'GAGARIN' da qualche parte fra il pallore spaziale.


giovedì 4 agosto 2011

Diritto hippie

-5 settimane,  35 Berlin Days left

Pioggia e un bel mattone rosso: Jewish Law and Legal Theory, dove si parla delle obbligazioni naturali (con conseguente dovere morale e religioso di adempiere, altro che), della validità di un contratto con causa illecita o immorale - come si spiega che un sistema tanto eticamente fondato preveda dell'immorale proprio nel regno della libertà contrattuale? Ovvero: due brevi considerazioni sulla natura dei diritti e degli hippies.

1) "One cannot strike the words 'to have a right' from the modern legal dictionary, but it is definitely possible to exist without the words 'to be obliged'. Instead of them one could substitute the longer phrase 'may be coerced into fulfillment of the creditor's right'. Even with regard to the obligationes naturales, in so far they exist as archaich remnants of modern legal systems - the duties fulfillment of which cannot be coerced - the word duty is no more than a fiction". Insomma, Moshe Silberg vorrebbe suggerire che il nostro è un diritto da hippies, ecco cosa.


2) A proposito di hippies, l'altro giorno decido di uscire dal mio antro misantropico, vado all'università e toh, mi imbatto in un tizio che cammina in calzini bucati. Berlino è Hippieland, appunto, non che sia una novità; solo in questi giorni però ho sentito la parola 'hippie' contrapposta a 'fisico' - a volte le parole ci appaiono in coppia e capita di non essere capaci di scioglierle per un po'. Quell'imbranato di Leonard chiede a Sheldon (si parla di The Big Bang Theory, niente Bazinga) di dichiarare i propri sentimenti alla sua amica e lui: "Leonard, sono un fisico, non un hippie". Mi viene il dubbio che dopo l'incursione giuridica da cui il presente sproloquio ha preso le mosse non sia il caso di farne una fisica per arginare l'hippismo dilagante.

domenica 31 luglio 2011

Un inconciliabile irreconcilable

Leggere Clausewitz a due passi da Potsdam, un anno dopo il primo incontro col generale. Rileggere Aron che nega ogni possibile influenza hegeliana sulla dialettica - eppure, è una dialettica - clausewitziana fra tattica e strategia; non avrebbe forse, in tal caso, il nostro prussiano usato nie versöhnender e non nie ausgleichender per dire che ogni sistema è di natura sintetica, sintesi da cui risulta un'inconciliabile opposizione fra teoria e prassi? (§ 6, II libro del Della Guerra). Ad ogni modo il traduttore inglese taglia la testa al toro con un inconciliabile con i nostri gusti irreconcilable.

giovedì 28 luglio 2011

Nomen Oblomen (-6 settimane)

28.07.11 

-42  Berlin Days left

E' ormai evidente che a monte di un lungo silenzio vi è la lettura di un grande libro; ne è riprova il fatto che gli scrittori mediocri scrivono tanto perché leggono poco. Andiamo, non mi obietterete mica che la prolificità è un dono di natura! E sia, ma non esiste scrittore prolifico (ammesso sia realmente tale) che non sappia fare i conti col silenzio devoto a cui la frequentazione di una grande opera lo costringe. Poi, un giorno, chi sa come, riprenderà a scrivere, e allora sarà davvero per lungo silenzio prolifico.
Non che io mi definisca una scrittrice, ma i silenzi me li gusto comunque. Dopo Oblòmov, potevo solo tacere e crogiolarmi nella quasi totale inattività, ed è allora che ho cominciato davvero a gustare Berlino. Devo tuttavia ammettere che a volte mi spavento ancora della dilatazione spazio-temporale di questo posto, ma chissà, forse avrei imparato a conviverci  solo se fossi rimasta a viverci per sempre. Invece il momento della partenza si avvicina ed è scandito dalle progressive partenze dei miei coinquilini. 
Sono "ormai" da quattro mesi a Berlino, con periodi più o meno lunghi di italianità nel mezzo, il resto di letture e vagabondaggi - non perdo mica il vizio. L'estate viene e va, a sentire gli autoctoni sembra sia già andata, noi del sud (che poi, ho scoperto, nella cultura geografica tedesca potrebbe essere indifferentemente anche est, purché abbia dell'esotico) continuiamo a sperare in un'esplosione di calura agostana che ovviamente non ci sarà. 
Se mi interrogavo sul limite fra stato borghese e stato di natura, ho avuto finalmente la risposta: oblomovismo. Davvero un peccato che venga così facilmente risolto nello stato di natura - Oblomòvka sembra effettivamente un idilliaco sogno d'innocenza, tuttavia mi stupisco che nessun critico acuto sia stato capace di guardare oltre. Oltre la fine del romanzo, che indica la soluzione in maniera così chiara da essere facilmente scambiata per banale. Oblomov ha trovato la chiave del Paradiso del Teatro di Marionette, e ormai sono sufficientemente sicura che il segreto sia nel suo nome. Ricordo che quando lessi i Fratelli Karamazov ebbi per la prima volta uno di quei guizzi che ogni tanto mi portano alla superbia, di quelli che poi sono costretta a ridimensionare e che sono in genere seguiti da una caduta di stile o da una grossa cantonata: il gioco vale senz'altro la candela, poiché la superbia è la strada migliore per l'umiliazione. Insomma Dostoevskij colpì me, da poco ex-ginnasiale, con la figura di un maestro di scuola che chiese a qualcuno - la storiella è un po' offuscata, ma chi ha letto il libro ricorderà il particolare, ammesso che l'abbia notato per fologorazione come nel mio caso - quale fosse il nome del fondatore di Troia. Professor Dardanellov, o qualcosa del genere, si chiamava. Feci una fragorosa risata saccente, poi non so quale cantonata presi per cui adesso strabuzzo solo gli occhi dimessamente quando leggo fra le lettere del nome O-b-l-o-m-o-v uno sperticato, appassionato perché distaccato elogio all'oblio[1].



[1] Sono servite in questo le letture comparate lucreziane di qualche mese fa: in Lucrezio. Le parole e le cose, Ivano Dionigi assimila la struttura atomica della fisica lucreziana alla struttura stessa della lingua, sulla scorta di alcuni termini che indicano tanto i fenomeni di aggregazione atomica quanto alcuni fenomeni linguistici o sintattici (concursus motus ordo positura figura): cita in questa sede un passo di Elias Canetti, in cui si parla della meraviglia curiosa con cui i bambini in età pre-scolare osservano le lettere dell’alfabeto; non avendo per loro un significato, sembrano piccole entità atomiche che si combinano fra loro secondo leggi ignote. Insomma sarebbe richiesta all'umanità una sufficiente dose di oblio per ricordare come leggere il mondo; ed è curioso che tramite questo procedimento atomico si possa giungere a un’interpretazione dell’oblomovismo che contempli appunto, l’oblio. Non voglio credere che una tale attenzione per i termini non sia stata presente nella poetica di un filologo di formazione quale fu Gončarov, onore a lui. 

domenica 29 maggio 2011

Silete musici in munere alieno

Oh, mi dispiace che maggio stia finendo, mi ci stavo affezionando. Per consolarmi cerco la prossima poesia mensile di Storm: non ce n'è una per giugno. Perché mai, mi chiedo. Forse è un mese troppo di passaggio per potervi soggiornare poeticamente.
Sarà che vado a vedere Avishai Cohen dopo tanto rincorrerlo, sarà che fare la nostalgica e andarmi a riprendere pezzi di passato è un'attività a cui dedico almeno la metà del mio tempo, ma mi è capitato di accostare due passi della storia del pensiero occidentale in cui si esclude che l'ordine del mondo abbia una struttura musicale. Non so con quanto rigore storiografico, ma mi sembrava interessante che nella mente degli atei il mondo e l'anima non risuonassero di armonia cosmica.

"Anzitutto dico che l'animo, che spesso denominiamo mente
ove ha sede il criterio intellettuale e il governo della vita,
è una parte non meno che una mano o un piede,
e gli occhi costituiscono le parti di un'intera creatura animata.
.   .   .   .   .   .   .   .   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . .
la sensibilità dell'animo non risiede in una parte determinata,
ma consiste in un certo abito vitale del corpo
che i Greci chiamano armonia, poiché ci farebbe vivere
con facoltà di sentire, sebbene la mente non risieda in alcuna parte;
[...] perciò, trovata quale sia la natura dell'uomo e dell'anima
- quasi una parte dell'uomo - rigetta il nome di armonia,
recato dai  musicisti già dall'alto Elicona,
o che essi hanno forse tratto d'altrove e trasferito
a una cosa che prima non aveva un suo nome. Comunque sia,
se lo tengano."
(Lucrezio, De Rerum Natura, III, 94 - 134)


"Dopo essersi persuasi che tutto ciò che accade, accade per loro, gli uomini hanno dovuto ritenere che, in ogni cosa, l'elemento più importante è ciò che è a loro più utile, e considerare come eccellenti tutte le cose dalle quali venivano affetti nel modo più piacevole. [...] Per esempio, se il moto, che i nervi ricevono degli oggetti percepiti mediante gli occhi, giova alla salute, gli oggetti che lo provocano sono detti belli, e viceversa, brutti quelli che provocano un moto contrario. [...] E infine degli oggetti che stimolano le orecchie si dice che producono rumore, suono o armonia, e di questa ultima gli uomini sono tanto infatuati da credere che anche Dio se ne diletti. Né mancano Filosofi persuasi che i moti celesti compongano un'armonia. Tutto ciò dimostra a sufficienza che ognuno ha giudicato le cose secondo la disposizione del proprio cervello, o piuttosto che ha preso per cose le affezioni dell'immaginazione" (Baruch Spinoza, Ethica, Parte Prima, Appendice).

martedì 24 maggio 2011

Infinite May

Cosa c'è stato nel mezzo? Maggio sembra non finire mai, disse Wallace, esattamente la scoperta (anzi, La Scopa), che ha riempito queste settimane di silenzio. C'è stato un rientro in Italia, "la terra che abbiamo perduto già mentre l'abitavamo", c'è stato - e c'è ancora - Lucrezio, col suo vita mortale, morte immortale che meraviglia e destabilizza come è giusto che sia, poi Sasso, Dionigi e Canfora. Foedera e oblio, atomi e lettere.