lunedì 25 aprile 2011

Inno al Mai

§ 2. Inno al Mai
Pensavo a una sorta di vocabolario avverbiale del tempo. Definirlo per modalità potrebbe essere un’altra buona strada da percorrere. Ragionando per estremi - grazie Berlino - penso ad una prima coppia. Sempre e mai. E’ possibile il sempre? Esistono cose che sono per sempre, nel tempo[1]? No. Altrimenti non sarebbero soggette alle sue modificazioni. E il mai? In certi casi la negatività fornisce maggiore sicurezza speculativa. Il mai è un sempre al negativo, e consegna le cose che vi sono immerse all’eternità del nulla, rispetto alla temporalità ed estrema caducità dell’esistente. Pertanto occorre innalzare al mai un inno, al sempre un elogio funebre di pessima fattura oratoria.



[1] Che dire, invece, del tucidideo possesso per sempre

Effetto Larsen

§ 1. L’Amplificatore
                             24.04.2011

“Friling oyf dayne fligl bloye[1]…”. Esattamente yiddish è la primavera di mamma Berlino. Come la bizzarra lingua degli ashkenaziti, suona un po’ ostica un po’ familiare e appare come un grande carrozzone verde su cui si canta di malinconia, fiori, tempi andati e tempi che verranno. Sotto lo sguardo costante, inevitabile e sinistramente conglobante della Torre della Televisione, uno dei maggiori scempi estetici dell’umanità. D’accordo, devo smetterla. Devo reinterpretare il prima possibile le mie categorie estetiche e concettuali se voglio gustarmi Berlino e la mia recente conquista – lo prendo come un segno di benvenuto, sicuramente mille volte più impagabile dei soldi di benvenuto che il Comune mi ha generosamente accreditato. Geniessen ist dein Buergerrecht, enjoyment is your civil law, ci volevano il museo di Kreuzberg e la mostra fotografica di Ludwig ‘Nikolai’ Menkhoff per capirlo. E non solo.
Il fatto che non riesca a controllare il tempo è dovuto a un vizio di forma, un errore interpretativo che da novella del Tempo sento di potermi permettere. Non posso pensare il signore inesistente – o per lo  meno, i suoi effetti - con le categorie della dilatazione. Sono ancora quelle dello spazio. Ma è possibile pensare il tempo secondo il tempo? Oppure siamo condannati a spazializzarlo per averne una seppur minima idea? Ad ogni modo, grazie a un preziosissimo consiglio, proverò a pensare quello di Berlino – che al momento è lo spazio che definisce il tempo che mi arreca maggiori preoccupazioni – attraverso la categoria dell’amplificazione. A pensarci bene anche questo sarebbe un concetto etimologicamente spaziale: ma da buona musicista, non farò molta fatica a pensarlo in termini acustici. D’altronde, sapevo che prima o poi sarei tornata alla musica per cercare di venirne a capo.
Allora, mettiamola così: Berlino è un Amplificatore. Gran bella immagine sonora, penso quando Francesco me la suggerisce. Mi servirà per sopravvivere, secondo me, per gustarmi Berlino, secondo lui. Mamma Berlino amplifica qualsiasi cosa passi per la testa ai suoi figli, illegittimi e non, adottati, acquisiti o di passaggio: ne porta all’estremo stati d’animo, pensieri e intuizioni rispetto al momento in cui sono concepiti, crea stati d’euforia da barlumi – magari anche momentanei - di buonumore, depressione più buia da piccoli dispiaceri che in un posto normale sarebbero riassorbiti nell’arco di una giornata. No, due cose importanti ho imparato: una, alla fine della giornata qui non si tirano le somme, anzi si va a letto più con un grado di entropia sempre maggiore rispetto a quando ci si alza (non chiedetemi cosa succede dopo un arco di tempo sufficientemente lungo da aver accumulato un numero di squilibri mentali troppo elevato da causare un deficit degli equilibri, non lo voglio sapere ma temo che lo saprò presto). Due, a Berlino non è permesso avere i blues. Sia perché il blu non è un colore che le si addice, sia perché il blues qui non si sente suonare mai. E non parlo di locali, di quelli ce ne sono a dozzine. Se proprio vuoi essere triste a Berlino, allora scegli un altro colore, il grigio o  il viola magari, ma non il colore degli schiavi neri d’America e della loro disperazione esistenzialmente e musicalmente improvvisativa.
Bisogna sapere come usarli, gli Amplificatori. Io in effetti ci ho perso un po’ la mano, tanto che il mio errore nei confronti di quello con cui ho a che fare al momento altro non è che un errore tecnico di posizione. Facciamo finta che io abbia portato qui la mia chitarra, che può metaforicamente assurgere a simbolo del fardello spirituale che mi sono trascinata dietro a Berlino. La suono, magari anche bene, è una bella chitarrina e io le faccio dire poche cose ma essenziali e dritte all’osso. Ma sto entrando in feedback con l’Amplificatore, a cui i faccia a faccia non piacciono particolarmente. Il suono rientra, altoparlante-microfono-altoparlante. Puro effetto Larsen. L'effetto si innesca solitamente quando il microfono è troppo vicino all'altoparlante e capta una frequenza emessa da quest'ultimo, in un dato momento più forte delle altre, che quindi viene amplificata e riprodotta a sua volta con ampiezza via via crescente, virtualmente illimitata, se non fosse che l'amplificatore va in overdrive[2].  Quella frequenza un po’ più forte delle altre rischia di far saltare tutto, se non mi sposto.
 Sono ancora nello spazio, magari non ne uscirò mai – anche se l’ho simbolicamente buttato alle ortiche, dopo aver trovato il tempo nel vuoto.
Ma su un punto potrei andare d’accordo con l’Amplificatore. A entrambi piacciono le tinte forti. Potrebbe essere l’inizio di una lunga seppur travagliata amicizia.


[1] Primavera, sulle tue ali blu. E’ un pezzo del ritornello di Friling, canzone tradizionale yiddish.
[2]  Da Wikipedia, l’ingegneria acustica mi affascina ma non è il mio forte.

Tempi morti 2 - il lato B del paradiso

22.04.2011

Per prima cosa compro un orologio. Sto perdendo la cognizione del tempo e non è come passeggiare sul mare. Ha un che di malsano farsi scorrere il tempo addosso, poiché trovarsi immersi in un magma indistinto di giorni che si susseguono l’uno uguale all’altro ne è la diretta e sinistra conseguenza. Ho meno tempo per scrivere rispetto ai primi giorni in cui le date erano quasi giornaliere. Ma non sarà un orologio a salvarmi, la fatidica domanda rimane sospesa nell’inerzia. Eppure mi contraddico: dico di aver conquistato il tempo, e l’ho già perso. Non riesco a controllarlo pur sapendo di averlo conquistato, dopo aver attraversato i sentieri della fine della storia. Dovevo immaginarlo, dai cimiteri nulla di vitale e di vitalmente utilizzabile viene fuori. Nihil novi, si dirà.
Prima di partire Hegel mi ha ammonito. Il tempo è come la morte, quando noi ci siamo lui non c’è, e quando c’è lui non ci siamo noi. Il paradosso sta nel dover continuare a vivere sentendo orientativamente il tempo, pur senza che esso sia veramente. Vivere nel morto, ecco cosa.
Posso prospettare un paio di possibilità, ma per tornare al pensiero logico e sistematico devo ricorrere all’enunciazione, seppur mi rendo conto che sia stilisticamente poco elegante. A proposito, stasera ho tradotto il Teatro di Marionette, a seguito della mia pomeridiana seconda visita a Kleist. Se dovessi tentare una di quelle letture per frasi chiave – come i grandi maestri sempre ingiungono di fare ai loro allievi – direi che a fondamento del saggio di Kleist sia quel “il Paradiso è chiuso col chiavistello e i Cherubini sono alle nostre spalle. Dobbiamo continuare a fare il nostro viaggio nel mondo per vedere se da qualche parte è aperto sul retro”. Tutto ciò per riconquistare l’innocenza originaria, quella che abbiamo perso nel terzo capitolo della Genesi, il capitolo che il primo ballerino sembra rimproverare anche noi lettori moderni di non aver letto abbastanza. E’ vero. Dobbiamo dolercene, se non l’abbiamo letto a fondo.
Ma torniamo al nostro tempo.  

mercoledì 20 aprile 2011

#1

Conseguenza del post precedente: che ci faccio col tempo, ora che l'ho conquistato?

lunedì 18 aprile 2011

Pink Floyd e università della terza età

18.04.2011

Comincio a venirne a capo, cara Berlino.
Due cose: una, ogni strada di una grande città geht in fatalismus aus[1]. Non so perché l'ho pensata esattamente in questi termini e non riesco assolutamente a tradurla, neanche mentalmente. Mi interrogo sul rapporto fra condizioni e possibilità mentre cammino da qualche parte intorno a Ernst Reuter Platz, per cercare un istituto linguistico in cui spero di potermi iscrivere a un corso di ebraico. Ho sempre rimandato l'esperienza di fare la  conoscenza di questa lingua al mio soggiorno berlinese perché ero convinta che avrei trovato più facilmente un corso, qui. Ce ne saranno a milioni di corsi di ebraico, a Berlino. Ma come cercarli? Il problema del disorientamento di questa città è che si trova ogni cosa, una volta che si sappia dove e come cercarla. La ricerca invece è labirintica, e non sto parlando di una biblioteca sotterranea con collocazioni confusionarie in prima istanza, ma estremamente precise una volta che si sia capito l’ordine che le regola. Probabilmente non avrei mai trovato un corso, neanche con l’aiuto di internet. Non bastano i filtri e le ricerche mirate. E’ triste da ammettere per un filosofo, ma il caso qui è determinante. Se non avessi trovato un volantino verde in facoltà che recitava “Sprachen Lernen![2], non mi sarei mai trovata a Ernst Reuter Platz, non mi sarei mai iscritta al corso di ebraico – un momento, ancora non in maniera definitiva, poiché dovrò sostenere una specie di esame di ammissione, visto che il corso per principianti era al completo. Con un ufficioso Einstufungstest[3] gentilmente concessomi dal mio futuro insegnante di ebraico probabilmente riuscirò ad iscrivermi al livello superiore.
Adesso capisco perché tutte le formiche umane che brulicano Berlino attribuiscono così tanto peso al caso. Berlino, hai delle precondizioni perché si possa godere delle milioni di possibilità che offri? Dico, altre condizioni che non siano quella dell’adesione disperata e tragica al fatalismo.
Due - la successione dei numeri non è solo puramente enunciativa, ma quella che segue sembra essere la conclusione della premessa uno. Dei tre corsi della Freie che frequento, in due sono la più giovane dei partecipanti. Età media: sessantacinque, settant’anni. Devo dedurre che: a) sto frequentando l’università della terza età? c’è stato un qualche errore? non credo, qualche timido giovanotto entra allo scadere del sessantottinamente concesso quarto d’ora accademico; b) ho scelto dei corsi decisamente poco popolari per la mia generazione. Non mi dispiaccio mai, quando questa situazione si verifica e, devo ammettere, non di rado. Tutti i concerti che frequento sanno di Crema di Cupra o Chanel numero 5, vi si nota una canizie imperante e vi si ascoltano sound decisamente poco post-moderni. Sarà che in realtà sono una nostalgica conservatrice antiquaria, sarà che da quando sono a Berlino mi sento il topo di campagna. Vengo dalla provincia, dalla periferia.
Allora, perché sono la più giovane? Che succede a me, cosa ai miei coetanei? Dov’è la differenza? La risposta è arrivata ieri sera, inaspettatamente. Facebook è un buon luogo per gli esperimenti sociali. Ho pubblicato il video di Hey You dei Pink Floyd e dopo neanche cinque minuti ci sono almeno altrettante persone a cui “piace questo elemento”. Eccolo, il problema. Perché non ho mai ascoltato i Pink Floyd, prima? Come ho già detto, prima di Berlino non li capivo. Non me ne vogliano i sostenitori – a dire il vero un po’ naïve – della teoria secondo cui se la musica è bella è bella e non c’è bisogno di capirla. Balle. Senza geografia e disposizione d’animo adatte non si va da nessuna parte.
Dunque? In breve: non ho mai guardato avanti, in realtà. Non ho mai veramente creduto che la storia potesse essere finita. Eppure adesso questa idea mi si è fatta spaventosamente chiara. E io che pensavo che la scelta più difficile per un occidentale fosse quella che ha all’origine il dissidio fra commercio col mondo e isolamento della ragione. E’ vero, ma non è tutto. Non avevo ancora conquistato il tempo, mi tenevo stretta stretta allo spazio e alla razionalità strategica. L’ampliamento temporale – che sono una città dilatata come Berlino poteva favorire – implica il disorientamento causato dalla mancanza delle coordinate spaziali: precise, affidabili e immutabili. Implica pertanto una ridefinizione del concetto di storia, ammesso che ce ne sia ancora uno. Storia vuol dire guardarsi indietro per comprendere? Nulla può impedire che, alla fine della giostra della comprensione, sorga inquietante e mostruosa la domanda: e adesso?
Ho capito che c’era qualcosa che non andava nel mio cercare segni del passato in un posto che invece porta cicatrici. Non sono a Macerata, né in bilico fra lo stato di natura e quello borghese, né la lettura di Spinoza arreca più quel benessere spirituale da contemplazione disinteressata del mondo. Né lo sguardo delle formiche è quello di chi ha capito contemplando, con gli occhi a mandorla per il piacere derivato dalla comprensione e il sorriso di chi si sente una particula perfecti. E’ quello il mondo da cui vengo, quello a cui mi sento di appartenere, quello in cui mi chiedo cosa succederà al mio ritorno. Qui però le formiche urlano I have become comfortably numb. Piacevolmente insensibili alla voragine della mancanza di spazio storico e dell’abbondanza di vuoto temporale, piacevolmente insensibili, cioè, al cimitero della storia.




[1] Provo a tradurre nonostante la resistenza mentale che incontro: ogni strada di una grande città si risolve nel fatalismo.
[2] Imparare le lingue!
[3] Test di “orientamento” per capire il livello – Stufe – di padronanza della lingua.

mercoledì 13 aprile 2011

Labirinto della storia. Domani

12.04.2011

“Il labirinto del mondo è il luogo dell’errore”. Abendlaendische Eschatologie, in fondo devo dare un senso al mio soggiorno berlinese interrogandomi sul senso della storia che qui sembra aver appeso le armi al chiodo. Intanto io ci sguazzo nel labirinto, sono talmente deviata da scorgere nell’espressione usata da Taubes una citazione a Comenio.
Presupposto di questo errare vagabondo nell’essenza della storia è il vagare reale in un labirinto veramente esistente, quello del sistema bibliotecario berlinese. Chi mi conosce sa che ho una specie di fissazione e una carriera alle spalle nel campo del miglioramento dei servizi bibliotecari. Fondamentalmente mi occupo di rendere più facilmente accessibili le biblioteche dimenticate in Italia, spesso con patrimoni invidiabili ma con servizi inesistenti o comunque poco efficienti. Al liceo diventai una specie di zimbello perché mi proposi come bibliotecaria e ottenni il permesso di tenere aperta la struttura per ben due pomeriggi a settimana. All’università è stato un po’ diverso, ma il concetto di fondo è rimasto invariato. Ho dovuto lavorare di penna, sensibilizzare i docenti per fare in modo che la nostra biblioteca dipartimentale avesse un addetto – se non fisso, quanto meno disponibile in orari del giorno comunicati e affissi pubblicamente. Con i miei colleghi non c’è stato molto da lavorare, ben pochi usano i servizi di prestito e consultazione e continuo a chiedermi come diavolo facciano a preparare gli esami. O meglio, preparano gli esami, infatti, ma non studiano filosofia. Ma questa è un’altra storia, e io sono in Germania. Potrei addirittura essere più tollerante con molti scarti sociali che frequentano la mia facoltà solo perché a distanza mi ritrovo a riconoscerne la totale innocuità e vacuità.
Dicevo, le biblioteche. Devo cominciare a lavorare alla mia tesina annuale, in più ho un paio di pallini fissi che devo cementare – si veda il Daubler già più volte citato, o Taubes, il rabbino che fece tremare Schmitt. Faccio una rapida ricerca Opac e tutti i testi che vorrei consultare – ma spero vivamente di poter prendere in prestito – sono alla Universitaetsbibliothek. Vicino a Thielplatz, non ho ben chiaro dove ma ci sono insegne ovunque. O meglio ce n’è una sola: logica tedesca vuole che fino a nuovo ordine la prima è quella che indica la direzione da seguire, che non va cambiata per nulla al mondo. Fino a nuovo ordine. Potresti non incontrare una nuova indicazione per chilometri, allora saresti sulla strada giusta. In Italia saresti semplicemente perso.
E’ a due isolati da Thielplatz, uno sputo di villette, verde e casette di professori.  Comincio a lavorare di fantasia – il tutor nella prima giornata di orientamento ci ha parlato dell’uso di molti professori di filosofia della Freie di invitare i loro allievi a casa per un caffè e per approfondire quanto detto a lezione; ovviamente io vedo tutta una carrellata di maestri che avrei voluto conoscere invitarmi a casa loro, scrutarmi con il solito interesse pedagogico che sembro destare e offrirmi un biscottino non troppo dolce insieme a una domanda provocativa su cui, lo so, non dormirò stanotte. Insomma, cose da maestri veri, non leccornie senza dignità di professori in cerca di popolarità accademica.
Così rischio di perdermi, se non sto attenta alle indicazioni. Passo davanti alla facoltà di Scienze Politiche e svolto a sinistra. Universitaetsbibliothek, piuttosto grigia e squadrata, ma che importa se ha tutti i libri di cui ho bisogno.
Poiché al grigio esterno di un palazzo corrisponde un proporzionale grado di suddivisione labirintica degli spazi interni – non priva di ordine, ovvio, ma anche ciò che è suddiviso meccanicamente richiede a chi vi si imbatte di compiere un’operazione di orientamento – mi rassegno a perdere una mezz’oretta per capire da che parte devo andare per andare dove devo andare, come disse qualcuno. Leggo qualcosa sul prestito e salgo le scale, nella peggiore delle ipotesi chiederò a qualcuno.
Opac Freie, leggo sulle homepage delle postazioni computer che trovo nella sala in cui entro. L’Opac è universale per fortuna, ci sono. Ho le collocazioni, le mostro a una delle due bibliotecarie, che dice il solito tschu-ues all’utente che mi precede, ma con un sorriso. Non male. Parla dialetto però, maledizione, mi dice che posso prendere solo uno dei libri che ho indicato; poi aggiunge un qualcosa che dovrei fare morgen, domani, e il resto no, proprio non l’ho capito. Mi dice che devo lasciare il libro che ho con me se voglio entrare e mi spiega dove trovare la collocazione che cerco. Io? Cioè io devo andare a prendermi il libro? Sarà così; entro nel corridoio che mi indica, scendo una rampa di scale e arrivo in uno scantinato. Subito mi si affollano di fronte migliaia di numeri, anni, sigle di collocazioni, altri corridoi, frecce, scale e ancora corridoi. Ho visto un posto simile a Heidelberg, ma era un negozio di antiquariato, non una biblioteca. Fortuna l’odore dei libri, sono sinceramente tentata di uscire e rinunciare alla mia ricerca. Poi mi dico che la mia permanenza qui è troppo lunga perché possa permettermi il lusso di non prendere in prestito libri. Impazzirei. Allora, gambe in spalla - gli occhiali ce l’ho quindi non devo strizzare gli occhi per leggere i numeretti - e cerco di capire la logica di questo labirinto. Non è difficile, in fondo, se solo avessi più confidenza coi numeri. Queste entità matematiche mi spaventano sempre, soprattutto se ne vedo così tante e insieme. Ma un libro vale bene l’impresa. Devo solo procedere con lo scalare dei numeri, poi il difficile viene con gli scaffali, che hanno una logica ben poco lineare; su una parete ci sono i numeri, per esempio, dal 2023 al 2309, poi su quella di fronte quelli dal 2559 al 2878; l’evidente intervallo scoperto è indicato su una parete vuota. Bello. Cos’è, un passaggio segreto? Poi penso che ogni cosa ha un lato b, e magari anche uno scaffale merita che al suo venga dedicata attenzione. In fondo deve sopportare per secoli il peso di altrettanti anni di scienze dello spirito. Eccolo, il mio libro sull’ateismo medievale e rinascimentale. Ah, che meraviglia, ciò vuol dire che il labirinto è mio.
Torno su per effettuare il prestito, poi però penso che un’altra capatina nel labirinto posso permetterla. Sono solo le sei e se mi metto a smanettare sull’Opac qualcosa che mi manca la trovo sicuro; Taubes. E’ stato a Berlino all’Istituto di Giudaistica e se Schmitt lo temeva doveva pur averne ben donde. Collocazione, stessa tiritera ma con un’altra signora, un po’ più simpatica e anche più comprensibile. Senza farmi guardare dall’altra bibliotecaria che mi ha testé servito, le chiedo sottovoce quello che prima non avevo capito: qual è il problema con gli altri due libri e che cosa dovrei fare morgen che non posso fare adesso. Lei mi spiega che devo ordinare i libri su internet dopo essermi registrata sul sito; domani li trova qui, mi dice. Uno dei due è Das Nordlicht, no, non posso farmi inibire da una stupida procedura telematica.
Domani sono di nuovo qui, altro giro, altri bibliotecari. Hallo, gestern habe ich einige Bucher bestellt[1], gli porgo il mio documento, il bibliotecario annuisce e quando apre la mia pagina sul database dice qualcosa su un locale vicino casa - abita nelle vicinanze di Wasgenstrasse – che dovrebbe darmi fastidio perché fa troppo rumore. Io rispondo che onestamente  non sento proprio nessun rumore, anzi c’è anche troppa pace. Intanto il mio libro è arrivato davvero e io sono un po’ colpita dal volume che mi ritrovo fra le mani. E’ vecchio, non c’è dubbio. Ma che fosse proprio la prima edizione, quella del 1910, non me lo sarei mai aspettato. L’Aurora Boreale scritta in gotico, Florentinischer Ausgabe, Muenchen und Leipzig bei Georg Mueller. Dovrei essere la donna più felice del mondo, vista la mia fissazione per i libri. Una vena di tristezza mi assale insieme all’immagine del volto sconcertato del direttore di una biblioteca italiana che amo particolarmente: “mi dispiace ma questo non te lo possiamo proprio dare in prestito”, avrebbe giustamente affermato, non senza ostentare un’aria bonaria di rimprovero. E’ un pezzo di storia, avrebbe aggiunto. Quando si tratta di libri bisogna scegliere: conservazione o fruizione. Entrambe le cose non si possono avere. Sono tentata lì per lì di rifiutare il libro. Chi sono io per avere sulla mia scrivania un oggetto così prezioso e determinarne il deterioramento? Faccio un rapido calcolo e penso che dopo di me ci saranno altre migliaia di persone che lo prenderanno in prestito, lo leggeranno, lo appoggeranno magari nervosamente sul loro comodino o lo porteranno in giro per leggerlo sui mezzi – ché qui anche il piacere della lettura viene relegato in uno spazio di tempo organizzato e ritagliato da mamma Berlino. Ebbene, questo libro avrà sì e no ancora un centinaio d’anni di vita. Poi sarà totalmente liso e sarà anche colpa mia.
Ecco perché, Berlino, devo interrogarmi sul senso della storia finché sono qui. Perché tu sembri non averne alcuno.







[1] Salve, ieri ho ordinato un paio di libri…

lunedì 11 aprile 2011

Never talk to strangers, prima guardagli le scarpe

Un migliaio di scarpe dopo sono sulla S-Bahn. Non avrei dovuto prenderla, la domenica fa avanti e indietro per tre o quattro stazioni e poi mi tocca fare altrettanti cambi. Me ne dimentico completamente e invece decido che ormai posso permettermi il lusso di dormire un po', ci vuole almeno una mezz'oretta per Mexikoplatz. Poi se proprio non riesco a dormire, perlomeno ho gli occhi socchiusi e ciò significa che posso continuare a guardare le scarpe. Ne entrano tre paia, converse viola, vinaccia e bianco, e mi si piazzano di fronte. I loro indossatori trafficano con qualcosa che sento vibrare nell'aria. Un rotolo di scotch bello grande, grigio, di quello che i rapinatori usano per tappare la bocca alle vittime. Ok, siamo sulla S-Bahn in pieno giorno, dico al Benedetto che sento scalpitare in me. In fondo stanno solo giocherellando a tirarselo fra di loro; sono o clown o musicisti, ne hanno l'aria. Intravedo una grancassa vicino a una delle tre converse, allora decido di mostrare comprensione da colleghi, eppure i tre tizi continuano a fare i clown e a non prendersi sul serio. 
Ora, io che un po' di esperienza coi bambini ce l'ho, con gli occhi socchiusi percepisco che prima o poi il rotolo di scotch mi arriverà dritto dritto in testa. Si sente, quando un bambino ti sta vicino che prima o poi la palla con cui giocherella ti arriverà in un occhio o che con un movimento maldestro dei suoi ti assesterà un bel calcetto sugli stinchi. Mica lo fa di proposito, eh, però te lo aspetti e prendi le dovute precauzioni. Questi tre sono belli cresciuti, invece - finalmente mi degno di guardarli in faccia tutti - e spero che capiscano che non è il caso di lanciarsi un rotolo di scotch, già di per sé inquietante, in un mezzo pubblico affollato. Mi dico che sono poco tollerante e socchiudo gli occhi, appena in tempo per sentirmi qualcosa sbattere sull'avambraccio. Lo scotch è arrivato a destinazione. Sul momento vorrei rilanciarlo, poi mi ricordo che potrei sortire effetti migliori e più intensi se facessi un sorriso, quello che sfoggio ogni volta che qualcuno si aspetta da me che mi arrabbi. Bisogna saperlo fare, eh; ma se siete bravini o acquistate un po' di esperienza con l'esercizio, credetemi, è un metodo infallibile. Allora apro gli occhi, sorrido a tutti e tre, riconsegno il rotolo al biondo che me l'ha tirato - lo so perché mi sta di fronte e perché è lui a scusarsi mortificato - e mi rimetto a sedere serena, come quando finalmente accade un evento di cui si percepisce l'aria tesa che lo precede e ci si gusta il successivo e rincuorante - anche se un po' da pentolone di fagioli - "lo sapevo che sarebbe successo".
Il biondino è sconvolto. Magari pensava che mi sarei alzata per offenderlo o tirargli uno schiaffo, ma la risata proprio no, non se l'aspettava. Allora prende il rotolo, ne stacca due pezzi e comincia a disporli a croce greca; riproduce tre esemplari del genere, li consegna agli amici perché se li attacchino addosso, ne crea un quarto, allunga il braccio e me lo porge. Una specie di art-attack estemporaneo della pace, ecco. Io accetto il presente, lo appiccico sulla mia borsa e scendo. 
Tutto questo giochetto mi è costato due o tre fermate perse e molta perplessità sulle stravaganze di questa città. Ma d'altronde tre paia di converse sdrucite e un rotolo di scotch da delinquenti non promettevano bene. Ciondolano sul cavalcavia fra stato di natura e stato borghese, in quell'interregno che solo la gioventù può permettersi di conoscere, direbbe Mann; è necessario per un giovane sostarvi? E' davvero necessario fare scampagnate romantiche sui monti per gustarsi un'innocenza fittizia? Questi tre potrebbero essere musicisti, potrebbero avere tutte le risposte che desiderano o non avere affatto domande, se solo sapessero usarlo, il tempo della musica; invece confondono il gioco con la farsa. Sono candidati a diventare anche loro animali da museo?
Forse dovrei davvero buttare le mie, di converse, come mamma mi consiglia da tempo. 

domenica 10 aprile 2011

Gemaeldegalerie under my shoes

Ho lasciato stare Kleist, oggi, e chi come lui ormai riposa in pace. Mi mancano von Humboldt e Daubler per finire le visite cimiteriali. Ma d'altronde non ho fretta, sono a Berlino e posso aspettare. Posso aspettare in biblioteca a leggere Das Nordlicht e poi andare sulla Heerstrasse.
E' domenica, dunque ho bisogno di sacro. Dei musei di Berlino non ne ho visto neanche mezzo e in fondo, penso, anche un museo è un cimitero dell'arte. Un posto in cui artatamente sono collocate opere che vengono da chissà dove e magari il chissà dove era non poco rilevante nella mente dell'artista, che invece immaginava che il tempo la seppellisse in un determinato luogo geografico. 
Gemaeldegalerie, oggi sei mia. Ci sono due quarti di Italia dentro, un quarto di maestri fiamminghi e tedeschi e un quarto di - presumibilmente infallibile - concezione museale tedesca. Sappiamo bene che loro con le forme grandi e le questioni di struttura ci sanno fare; i musei che ho visto finora non mi hanno mai deluso in quanto a organizzazione degli spazi e, cosa fondamentale, illuminazione delle opere. Leggo all'entrata che c'è un'esposizione temporanea su Caravaggio; figli di Germania, qui si parrà vostra nobilitate.
Il Kulturforum in cui si trova la Gemaeldegalerie è un polo museale e scopro che con soli quattro euro posso visitarne ogni sezione: quella di arte pubblicitaria, il museo di Strumenti Musicali e qualcos'altro sugli Espressionisti di cui non ricordo precisamente il nome - dove c'è un aggettivo da concordare in tedesco, la mia mente glissa colpevole. Ebbene, le prime sale della Galleria sono un tripudio di gotico internazionale, che meraviglia. Cerco Gentile da Fabriano, dentro di me lo chiamo Jentile da Favriao, sorrido mentre lo trovo e l'addetto alla sicurezza mi osserva un po' insospettito. Nessuno sorride quando sta al museo, sembra dirmi con lo sguardo. Infatti tutti parlano sottovoce, un tizio con troppe mire da critico d'arte per il parrucchino indecente che porta - infatti dovrebbe imparare a eliminare il posticcio dalla sua concezione estetica, se proprio volesse atteggiarsi a intenditore -  fornisce spiegazioni alla sua accompagnatrice con movimenti troppo artificiali e controllati della mano - anche qui ha ancora molto da imparare. L'arte è arte se il trucco c'è ma non si vede, e lui decisamente la confonde con l'artefatto. Forse perché ancora si aggrappa al concetto di natura, per cui l'arte è modificazione del già creato. Forse perché in fondo non crede davvero nell'uomo o non sa nulla dell'humanitas e della social catena. Ad ogni modo prima o poi - non oggi, la signora pende dalle sue labbra - qualcuno si accorgerà che è un frequentatore di musei posticcio almeno quanto il suo parrucchino da finto artista di Montmartre.
Insomma proseguo e mi faccio rincuorare da Gentile, penso a quanto starebbe bene quella pala a Fabriano,  Crivelli mi delizia mentre mi dirigo verso la sezione Caravaggio. Sto per effettuare la mia prova del nove sulla disposizione delle opere e loro illuminazione. Tacchete. La luce viene dal soffitto ed è troppo forte. Spezzo una lancia in favore dei tedeschi dicendo a me stessa che forse sono più bravi con l'arte contemporanea, d'altronde quella luce non la conoscono abbastanza bene da poterne interpretare i movimenti. Ma neanche noi che pure la conosciamo siamo capaci di utilizzarla al meglio per illuminare opere come quelle di Caravaggio. E' curioso che brillino di luce propria senza emettere alcun tipo di radiazione luminosa. Questo  vorrei far notare al tizio del parrucchino, se solo non fosse troppo impegnato a scostarsi i capelli - finti - dalla fronte con l'anulare, in modo da far mostra dell'anello - finto - a cui sembra attribuire troppa importanza.
Mi imbatto in Canaletto, anche questa è un'esposizione temporanea. Ora che ci penso la vado rincorrendo da mesi, prima alla National Gallery, adesso qui a Berlino. Poi penso a Terra e Mare e allo sposalizio fra i mercanti veneziani e l'Adriatico, all'anello che dovrebbe suggellare il patto di cooperazione commerciale e a me, che me ne sto qui a Berlino senza ricordarmi com'è fatta Venezia, perché i miei mi ci hanno portato che ero bambina. Provvederò.
Mi siedo per riposare e guardarmi intorno beata. Sorrido - perché non dovrei? - e se avessi qualcuno con me parlerei pure. A voce alta e senza fare movimenti ridicoli. Ah, gli animali da museo, che piaga.
L'addetta alla sicurezza della stanza in questione - non ricordo precisamente quale, ma sicuramente una dei maestri fiamminghi - mi passa davanti, mi osserva un po' troppo, io la scruto con gli occhi piccoli perché ho tolto gli occhiali per riposarmi; parto dalla testa, capelli rossicci, scendo, corpo tozzo, vado alle scarpe - ché una persona si riconosce sempre dalle scarpe che indossa, dice papà e io approvo. Eh no, questa no. Ciabatte, ecco cosa porta. Io non sono per i dialettismi, però non mi viene neanche da chiamarle ciabatte, queste. L'italiano è una lingua troppo bella per sopportare certi scempi calzaturieri. Sono quelle che in sammichelano si dicono scangett, sentite che suono? Ecco, una cosa oscena. Lavorare in un posto come questo e indossare ciabatte, quelle da nonna mezze ortopediche e mezze Fly flot con tanto di gambaletto nero sotto è un affronto all'umanità e all'infinita capacità creativa del suo spirito. 
Esco scandalizzata e decido di cominciare dalle scarpe, la prossima volta che guardo qualcuno.


sabato 9 aprile 2011

Quadam particula perfecti - Kleist

08.04.2011


Come promesso, scendo a Wannseebruecke e sono da Kleist. Ho poco tempo, è un peccato visto che l’orso di Kleist inneggia alla pazienza, ma so dove si trova di preciso la tomba, quindi farò presto – a meno che non sia nascosta come quella di Hegel. E invece no, ai berlinesi Kleist deve piacere particolarmente, visto che è pieno di indicazioni per il Kleistsgrab. Oggi è il mio giorno fortunato, anche se l’aria di eucalipto non sembra volermi abbandonare, anzi mi avvolge di più ad ogni sguardo che lancio al Wannsee.
Einfach[1], giro a destra, so che la tomba è fra il numero due e quattro di Bismarckstrasse  - curioso che Kleist sia sepolto in una strada che porta questo nome – ma non riesco a immaginare come una lapide possa trovarsi fra due numeri civici. Cos’è, una specie di cappella fra due abitazioni? O un piazzale ricavato a fatica fra i vivi? Cammino e intanto mangio un pretzel, se non si ha il caffè bisogna apprezzare le gioie gastronomiche locali. Il numero due è una scuola elementare e questo aumenta la mia curiosità circa la forma della tomba, quest’inno all’immortalità che non dovrebbe necessitare di celebrazioni né ora, in occasione del duecentesimo anno da che è stata eretta, né mai. E’ fuori dai mutamenti temporali solo per l’epigrafe che reca addosso, dunque non può essere soggetta a celebrazioni per cose che non la riguardano, ossia lo scorrere rumoroso (o silenzioso?) del tempo.
Oh, un’insegna conduce a una piazzetta sul lago. Kleistsgrab, eccoci qua. Panchine color ruggine e un blocco di cemento, lo stesso che ha visto Schmitt, non quello vecchio con l’epigrafe “presuntuosa”[2]; vicino la Voegel, morta per mano e poco prima di Kleist, fra di loro un mazzo di fiori. Un lusso che non è concesso alle tombe degli idealisti, massimamente disadorne e spoglie, prive di un pensiero o ricordo floreale da parte di un qualsivoglia passante devoto. Qui i fiori ci sono, invece. Sono lilla e gialli, non so dire di più. Un po’ fluffy, direbbe la mia coinquilina, ma in fondo offrono una piacevole vista al visitatore mattutino – per quanto, disgraziatamente, io non ami i fiori, sebbene mi renda conto che la loro caducità si addica a ornare le tombe, ridicoli resti di ciò che, al contrario, non permane affatto. Se invece parliamo del rapporto fiori-vivi, avviso pubblicamente che se proprio mi si deve fare un regalo deperibile, si faccia almeno in modo che possa mangiarlo.
 Il Wannsee soffia e sibila in concerto con le piante proprio alla destra di Kleist. Mi siedo e chiudo gli occhi, niente che il mio poco tempo a disposizione non possa sopportare con qualche minima e irrilevante dilatazione.
Nun, o Unsterblichkeit, du bist ganz mein. Adesso sei completamente mia, immortalità. Cosa avrà voluto dire Schmitt, quando a questa tomba famosa ne ha collegata un’altra, quella del panteista Daeubler sulla Heerstrasse? Sentirsi una quadam particula perfecti è ancora possibile allo scopo di soddisfare i desideri di immortalità del mondo del terzo millennio? Il Wannsee a cui l’epigrafe di Kleist sembra rivolgere lo sguardo potrebbe suggerire la risposta?



[1] Facile.
[2] Das heisst, cioè, “Er suchte hier den Tod und fand Unsterblichkeit”: cercò qui la morte e trovò l’immortalità.

Eucalipto bus

07.04.2011

Non c’è molto da scrivere quando si parla coi vivi piuttosto che coi morti. C’era da aspettarselo che prima o poi i contatti col mondo si sarebbero intensificati, in fondo frequento pur sempre l’università e ho pur sempre vent’anni. In realtà questi giorni Berlino sa di menta, sarà che gli autobus mattutini sanno ancora di dentifricio, sarà che il tempo è ballerino e il vento sembra tirare una sferzata proprio di quelle all’eucalipto. Di tombe in giro ne vedo poche, vestigia del passato ancor meno – la mia università è in perfetto stile americano, supermoderna e con un vago aspetto ospedaliero – e il vento all’eucalipto porta via quei pochi pensieri che mi vengono in mente. Così ho pensato di andare a trovare Kleist domani di buon mattino, anche perché la settimana prossima comincerò un corso su di lui. Fare la sua conoscenza mi riporterà sui sentieri della storia, che in questi giorni mi sembra di aver interrotto, complice Berlino. A volte devo pensare a Macerata, per tornare coi piedi ben piantati nel tempo.
E’ possibile perdersi senza perdere l’orientamento? Mann ci ha insegnato la perdita malsana di orientamento temporale porta alle soglie  della morte e alla perdizione. O, si dovrebbe dire, della piena padronanza di sé?

Stamattina penso di essermi persa, e non solo spazialmente o temporalmente. Semplicemente ho avuto un momento di spaesamento tale da non ricordarmi perché ero a Dahlem e non a Krumme Lanke, dove mi aspettava l’autobus verso casa, ammesso che un posto chiamato così esista a Berlino. 

martedì 5 aprile 2011

Divano empirista

Oggi leggo il Divano sul divano, dopo il pranzo turco me lo merito. Più che altro ho sgombrato sufficientemente la mente da riempirla con qualcosa di nuovo, lo vedo dal fatto che sto cominciando a lavorare per associazioni di idee (divano sofa/divano raccolta di poesie). Questi empirismi non mi si addicono.

lunedì 4 aprile 2011

La più occidentale del divano

Signorina, torni nell'ufficio da dove è venuta, si sono sbagliati a dirle che doveva rivolgersi a noi per l'assicurazione sanitaria. Signorina, non capisco perché le abbiano detto di tornare qui, sono loro ad occuparsene ma in cooperazione con un'azienda privata che gestisce le cose a modo suo; ciò significa che noi non siamo responsabili degli orari di ufficio che intendono osservare, bla bla bla bla. Quasi più gustoso del ritardo dei mezzi di ieri, entrambi gli episodi rigorosamente made in Germany, oh sì. Io fretta non ne ho, posso fare tutti i giri che volete visto che il mio grado di tolleranza e pazienza aumenta in maniera esponenziale quando non sono a casa. Bisognerebbe mandarmi a svernare da qualche parte quando raggiungo picchi di acidità troppo alti.
Insomma oggi giornata burocratica, di quelle che ogni tanto toccano a tutti. Mentre mi avvio verso l'ufficio due ragazze mi chiedono se so dov'è la strada, anche loro cercano Bruemmerstrasse 52. Dico che anch'io sto andando lì, camminiamo insieme e mi chiedono da dove vengo. "Oh... noi siamo rumene, ma non ti preoccupare, non ti rubiamo niente...". Non so che dire. Cioè è come se andassi da qualcuno a presentarmi scusandomi del fatto che in Italia c'è la mafia; grande senso di responsabilità per il proprio paese o solo profonda vergogna? Me lo chiedo spesso anch'io, come devo comportarmi. In fondo le relazioni internazionali non sono solo roba da ambasciata.
Quando esco di casa stamattina l'estate del '69 di ieri è già finita, arietta pungente e pioggerella leggera ma molesta. Prendo in considerazione l'idea di fare quell'itinerario ebraico che mi suggeriva quella guida nella Casa della Cultura. Poi invece all'ufficio Erasmus sbrigo le pratiche con un ragazzo turco, che si trova a fare anche lui il giochetto del rimbalzo dei burocrati - vada lì, poi torni qui, ma no questo non è di nostra competenza, torni lì - e dopo neanche un'ora diventiamo coinquilini. Un'altra vittima di agguerritissime femministe tedesche dello Studentendorf dove abitiamo: non vogliono uomini a casa e li cacciano gentilmente quando ormai si sono insediati, piuttosto che dichiarare all'inizio la loro preferenza. Dopo ancora un'ora a casa c'è un chiacchiericcio divertito e in cucina una specie di riunione di famiglia; io me li guardo tutti, la ragazza rumena, il turco e il polacco, e dico: "Ok, oggi andiamo a Neukoelln". 
Neukoelln è il quartiere turco di Berlino e io ho bisogno di un po' di colore e di qualche capello più scuro del castano chiaro. Faccio un rapido calcolo geografico e noto di essere la più occidentale di questa nuova combriccola di coinquilini; penso poi che introdurre Ozgur facendolo parlare un po' di sé in un posto in cui si senta a casa possa fungere da stimolo per gli altri coinquilini. Risultato? Alla fine del pomeriggio si parlava di organizzare una serata internazionale in cui cucinare i rispettivi piatti tipici. In più, abbiamo mangiato tutti insieme, stasera, come si fa a casa. Contemporaneamente e senza tv accesa. Non male.
In quanto al nostro pomeriggio vagabondo sulla Karl Marx Strasse di Neukoelln, per un attimo ci siamo dimenticati di essere a Berlino. Il sole è tornato a splendere, si sente parlare turco, dalle vetrine occhieggiano oud e dalle cucine l'odore dei kebab sembra quasi fare le fusa. Cerchiamo un mercatino, ma poi una signora con cui Ozgur parla in turco gli ricorda che il famoso bazar si trova a Kreuzberg, due volte a settimana, il martedì  e il venerdì. La nostra voglia di contrattare viene accontentata subito quando entriamo in un negozio di telefonia. Devo comprare una scheda tedesca per avere contatti più economici con gli autoctoni berlinesi; il tizio vorrebbe vendermi il mondo intero, arriva addirittura a proporre un scheda turca. Che ne so, magari gli sembro turca anch'io.
Insomma, sono la più occidentale, c'è un divano nella cucina in cui mangiamo e ho pensato a quello orientale-occidentale di Goethe. Il sedici arriverà l'ultimo coinquilino e sono curiosa di sapere da che parte del divano starà.

Daß du nicht enden kannst, das macht dich groß,
Und daß du nie beginnst, das ist dein Los.
(Unbegrenzt, West-oestlicher Diwan - J. W. Goethe)

(Il fatto che tu non riesca a smettere ti rende grande, il fatto che non riesca mai a iniziare, quello è il tuo destino).

errata corrige

Non che questo cambi qualcosa, ma se c'è un errore va corretto prima che sia troppo tardi: S-Bahn vuol dire Schnell bahn, cioè "ferrovia veloce", non Strasse Bahn come avevo scritto in Es gibt Raum, Raum und Raum.
La questione della velocità aumenta il fascino della Bahn. Forse Luisa, che mi ha indicato l'errore, non sa che ha sfondato una porta aperta e che potrei cominciare a fare tirate sulla velocità dei tempi della modernità.
Tuttavia, intimamente credo che continuerò a chiamarla ferrovia di strada, così, ormai ci sono affezionata.

domenica 3 aprile 2011

Mauerpark - was the summer of '69

03.04.2011

Ho capito che mi sarò ambientata davvero in questa città solo quando comincerò a leggere sui mezzi pubblici. Al momento adoro perdere tempo, senza orologio al polso. Alla Castorp, insomma. E soprattutto mi godo i ritardi - anche minimi – dei mezzi, con annessi e connessi. Gustosissime le facce terribilmente irritate delle signore tedesche che per otto minuti di ritardo sembrano lì lì per sbottare, paonazze come quella di ieri ma non per il sole. Paonazze per incapacità di perder tempo, ecco cosa. E’ un’arte gustarsi i tempi morti. Io me li godo proprio. Sappiate che quando vi lamentate di Trenitalia in realtà vi sta insegnando la nobile arte di perder tempo, gustarselo per effetto della dilatazione e utilizzarlo per ritagliarsi qualche pensiero in più nella testa. Complice il tempo, addirittura qualche buon pensiero, con un po’ di fortuna.
Temo di tardare con Nicole, quando vedo quel po’ di Verspaetung[1] che la signora irritata cronometra quasi febbricitante. Ma poi mi dico, devo ancora fare due cambi, prima S-Bahn, poi U-Bahn, non so quanto mi ci vorrà ma semmai avviserò se si mette male. Ebbene? Sono arrivata con cinque minuti di anticipo, addirittura.
Ma torniamo al mio pomeriggio. Mauerpark a Prenzlauer Berg, il quartiere super frequentato dai giovani berlinesi ed europei. Curiosità a mille, tanto più perché finalmente ho un qualche contatto sociale, e non parlo di tombe. Una di quelle che si direbbero vecchie conoscenze, in realtà le solite carrambate firmate Arma dei Carabinieri. Nicole è una mia compagna di giochi d’infanzia, non ci vediamo da almeno quindici anni, lei vive e studia a Civitanova ma non ci siamo mai incontrate in terra di Marca, no, abbiamo semplicemente scoperto tramite i rispettivi papà colleghi che ci saremmo presto ritrovate. A Berlino, quando siamo state a venti chilometri di distanza per quasi due anni. Curioso, curiosissimo.
Mi fa bene uscire un po’, ma Mauerpark è aldilà di quanto uno possa aspettarsi quando esce di casa per passare un pomeriggio di relax. C’è un pezzo di muro e fiumi, mari di gente. Giovani, famiglie, disperati, ragazzini, fashion victim, stranieri, passanti, viandanti e non so che altro. Troppa, troppa gente indistinta, tanto da individuarne a fatica le categorie esistenziali – se non sociali – di appartenenza. Alla fine nel mare ogni goccia è uguale all’altra. La capacità di dispersione di queste grandi città mi spaventa sempre, non che io sia una cultrice della personalità, da hegeliana il concetto di persona mi disgusta un po’. Però non so, o in quel marasma tutti sono uguali o almeno si assomigliano molto, o, nella migliore delle ipotesi, si può sentire una sorta di energia che li tiene insieme. Anche questa mi lascia sospetta, perché temo che sia il solito richiamo post-hippy alla natura, all’amore e alla terra. Infatti molta gente cammina scalza. Vezzi, soltanto vezzi, destinati a passare col primo vetro che si ficca proprio sotto la pianta dei piedi.
Comunque, insieme al mercatino Mauerpark offre un karaoke da stadio: su una specie di anfiteatro stanno arroccate centinaia di persone – anche anziane! e io abituata alle vecchiette di Macerata che escono per prendere il pane e andare a messa - soggetti indescrivibili con barbe lunghe legate con una coda a più nodi, donne di una certa età fomentate dalla musica. Un campionario che non sto qui a descrivere, in quanto bizzarro è giusto che non venga campionato ed etichettato. Immaginate solo tutti i tipi più strani che abbiate mai visto, riuniti insieme con un solo obiettivo: liberarsi. Ognuno da un peso diverso, ognuno con qualcosa da esorcizzare.
Ce ne stiamo un po’ a goderci il sole – sempre pallidino, eh, mi raccomando – e i vari soggetti che si susseguono sul palco del karaoke, che praticamente è al nostro livello, anzi noi ci stiamo proprio seduti sopra. Da brave italiane facciamo commenti sull’abbigliamento e concludiamo che i popoli si vestono così come mangiano.
Il sole tramonta, come se ci fosse una differenza fra il sole indeciso e la sua totale assenza, e qualche percussione suona ossessiva in lontananza. Ci avviciniamo, ed è lì che avviene la liberazione di tutti i convenuti. In teoria è pura trance, peccato che poi i tedeschi comincino a contare il tempo con eins, zwei, drei, vier, allora tutti si esaltano tantissimo e cominciano a ballare. Solo qualcuno ha capito davvero cosa sta succedendo, o meglio, non ne ha la più pallida idea e proprio per questo tutta la faccenda – gruppo di percussioni che suona, gente che balla – sembra funzionare bene. Poi qualcuno comincia a dirigere la cosa, contando e cercando di dirigere i movimenti in una sorta di ballo-trance-di-gruppo. Una signora è veramente presa, si dimena come un’ossessa e urla a tutti di accovacciarsi, per accompagnare così il crescendo di intensità delle percussioni; urla in modo spaventoso, con tutto il fiato che ha fino alla raucedine. Si stanno divertendo veramente o hanno qualcosa da espiare? A chi vogliono confessarsi con quelle grida? Da cosa devono liberarsi? Continuo a chiedermelo, e forse risponderò a questa domanda solo alla fine del mio soggiorno. Berlino, comincio a capire che ti frulla nella testa. 
Intanto piove e io prima ho pensato di nuovo a Storm, quando qualcuno della cricca internazionale di questa folle domenica pomeriggio ha detto di voler dormire, ich moechte schlafen. Aber du musst tanzen, faccio eco io a me stessa. Forte Storm. Alla fine dormire non è più un desiderio, né ballare un dovere, se sei tu a dormire e io ad andare via.


[1]Ritardo

sabato 2 aprile 2011

Pallidino

02.04.2011
Hai titubato eh, sole berlinese? Proprio non ti andava di splendere con un certo vigore. Pallidino pallidino, e io con te. Avevo bisogno di un po' di tinte forti, allora ho preso Lucrezio e mi sono diretta verso lo Schlachtensee, che Dio benedica Google Maps. In fondo è proprio dietro l'angolo, solo quattro chilometri. Una bella passeggiatina, insomma, così ne approfitto per dare uno sguardo al quartiere in cui vivo.
Non sembrava vero ai crucchi che il sole aumentasse di intensità nello splendere. Ho scoperto così che vivo in quartiere di ricconi, perché tutti hanno tirato fuori le decappottabili, oggi. I trucidi esistono anche qui, cara Ludo. Non come i baristi di Fiumicino che alle sei di mattina ti staccano le orecchie per un cappuccino e ti salutano con un "Sarve!", ma per i trucidi ogni mondo è paese.
Lo Schlachtensee è proprio un bel posto, rilassante ma con troppi cani in giro. Mardi, a te non piacerebbe, visto che i padroni si prendono la libertà di tenerli senza guinzaglio. La cosa mi inquieta visibilmente. Mi siedo su un tronco, ma poi mi fa male il sedere e penso che sia un buon motivo per rinunciare alla postazione in riva al lago per trovarne una più comoda. Trovo una mezza panchina libera e chiedo se posso sedermi alla signora che ne occupa l'altra metà. Ha il viso bruciato dal sole - mi chiedo come sia possibile che sia paonazza, con quel sole pallidino! O il sole è ingannatore, e allora io pure ho le guanciotte rosse e lo scoprirò solo prima di andare a dormire, come succede quando si va al mare, oppure la signora ha qualche decisamente teutonico problema di pelle. Mi risponde "Naturalmente, abbiamo posto a sufficienza!". Sarà che sorrido sempre a questi vecchietti tedeschi, ma devo fargli proprio una buona impressione. Devo sembrare affidabile, ecco cosa - e infatti lo sono. La vedo che mi scruta con la coda dell'occhio e, quando comincio a sbottonarmi riluttante la giacca - riluttante perché non ci credo, sono a Berlino, è aprile, ho una giacca a vento primaverile e ho caldo! - mi fa: "Caldo, vero?". Io un po' laconica rispondo ja, le sorrido di nuovo, ma ho Lucrezio in mano e credo proprio che abbia la priorità. C'è una gerarchia, sa, vorrei dirle. Lei legge un libretto da Casa della Cultura, in fondo. Magari non sa della pioggia di atomi, magari non ha mai letto quelle pagine inquietanti sull'amore, non sa che forse se siamo entrambi sedute su una panchina di Berlino ovest è perché quella dell'atomismo è sempre rimasta una corrente sotterranea.

Dorothea. Dov'è l'obelisco di Fichte?

Dorothea. Dov’è l’obelisco di Fichte?

Aveva ragione Kant a dire che l’orientamento fosse una questione di sentimento, dirimendo finalmente quella controversia passata alla storia col nome di Spinozastreit su cui vado perdendo il senno da qualche tempo. Che intuizione geniale. Come si fa a capire quali siano le regioni della ragione se non con un’operazione geografica? E non è forse questa ascrivibile alla percezione della destra e della sinistra, del nord e del sud, dell’est e dell’ovest? La filosofia troppo spesso sottovaluta le sue origini geografiche.
Orientarsi a Berlino, il mio nuovo spazio, questo era il compito della giornata. Mente sgombra, lucida e sufficientemente vuota da riempirla di novità, il peso leggero della testa una volta usciti dalla doccia, esco e mi canticchio la nuova dei R.E.M, che calza a pennello al momento. Prendo un bus, poi la  S-Bahn di cui si è già parlato e mi ritrovo di fronte alla Porta di Brandeburgo. Mi volto leggermente a sinistra: Hotel Adlon, rido dentro e fuori di me e mando un messaggio a papà. “Sono di fronte all’Hotel del film che abbiamo visto insieme, Unknown, ricordi?”. Cavolo se ricordo, io. Ci ha tenuti col fiato sospeso almeno per la prima mezz’oretta, quel burlone di un film (aderisco alla lega immaginaria Non Sveliamo la Fine di Film o Libri già Visti o Letti Per Non Rovinare il Godimento Artistico ai Prossimi Fruitori, quindi non dico oltre). Poi comincio a vagabondare come mi ero proposta, ma succede che quando si tiene la testa troppo libera per troppo tempo basta poco a riempirla: e ormai l’Hotel Adlon aveva aperto la strada alle libere associazioni. Mi ritrovo davanti al Reichstag, d’accordo, importante e istituzionale, ma sento che c’è qualcos’altro. Mi volto e leggo “Dorotheenstrasse”. Ah, questa è bella! Ricordavo che il cimitero in cui è sepolto Hegel aveva un nome simile o si trovasse in una strada che aveva per nome Dorothea. Comincio a cogliere i frutti del mio vagabondare, mi entusiasmo sufficientemente per procedere su questa Dorotheenstrasse per un bel pezzo. Neanche l’ombra di un cimitero, poi a un certo punto arrivo all’incrocio con Friedrichstrasse, che pullula di gente contro cui il vento si accanisce senza pietà. Ormai trovare il cimitero è una questione di vita o di morte, in tutti i sensi. Comincio a sfogliare disperatamente cartine di Berlino in una grande libreria; tombe e statue famose si confondono sulle cartine, ce ne sono a bizzeffe: Goethe, Lessing, Wagner, Brecht, ma di Hegel neanche l’ombra. Aveva ragione Schmitt, d’altronde a un cane morto non si addice un mausoleo.


Per fortuna nella libreria in questione trovo un’ampia sezione dedicata a Berlino; volteggio qua e là, finché non mi imbatto in “Itinerari Ebraici a Berlino”, rischio di perdermi, poi mi dico che riserverò una giornata intera al giudaismo, ché non bastano un paio d’ore né un libretto turistico scovato per caso in una libreria (Casa della Cultura, si chiama, ma a me sembra una specie di termitaio commerciale che della cultura ha solo la superficie). Poi da uno scaffale mi occhieggia “Cimiteri a Berlino”: comincio a sfogliarlo compulsivamente cercandovi tracce di quella Dorothea, strada o nome del cimitero che fosse, che ormai sembrava non darmi pace. Eccolo, finalmente. Sono incredibilmente vicino, ce la posso fare anche a piedi, devo solo proseguire lungo Friedrichstrasse. Esulto internamente, fantastico su Hegel e mi illudo che sia stato lui a indicarmi la strada fin lì e vado a pagare la mia cartina – alla fine decido di comprarne una, va bene vagabondare ma non sono ancora pronta per avventurarmi in una città come Berlino, non prima di averne capito un po’ la logica - ma la cassiera  non sembra ricambiare il mio sorriso. Testa bassa, zwei euro funf-und-neuzig, danke, tschuess[1]. Antipatica. Ogni volta che incontro questi tedeschi un po’ sulle loro penso sempre che male si accordano con quel tono melenso con cui pronunciano tschuess. Suona così, come se avesse due u, tschu – uss, la prima accentata ma grave, la seconda quasi volatile e acuta, come un cinguettio. Preferirei un secco tschuess e un brutto ceffo, oppure il cinguettio ma con un sorriso.
Allora dicevamo, cammino col vento in faccia e fra i capelli e penso a quel pezzo di Lady is a tramp, “I like the free, fresh wind in my hair”. Ma questo è vento infernale, altro che free e fresh. A un certo punto sulla mia sinistra scorgo un cimitero,  ma è della comunità di francesi riformati, leggo. Eppure vedo alberi dal muro del cimitero, deve essere qui. Il vantaggio delle metropoli è che il verde è facilmente individuabile. Dopo neanche venti metri c’è un altro ingresso: Kirchhof der Dorotheen-Staedtischen und qualcos’altro che non mi interessa, ormai ho trovato Dorothea. Entro trionfante, poi penso che quel mood non si addice a un cimitero, allora metto su la cera di circostanza, quella ufficiale, sobria e dimessa. Non si sa mai, potrei incontrare qualcuno che in cimitero ci va per piangere i suoi cari, non sarebbe carino se mi vedesse con una cartina turistica in mano e il volto riverente e timoroso ma comunque visibilmente non addolorato di chi si reca a salutare i maestri che mai ha conosciuto. Mi aspetto all’entrata indicazioni trionfali, in fondo la tomba di Hegel non è cosa da poco, per quanto possa aver goduto di poca popolarità. Invece trovo una descrizione breve e concisa della storia del cimitero con solo un accenno a Hegel e Fichte, toh, è sepolto qui anche lui! Comincio a camminare per i vicoli sterrati del cimitero, ripeto a me stessa che sono in un cimitero, ma c’è il sole, il vento della strada ha lasciato il posto a un’aria fresca e piacevole, in più non sento quell’atmosfera cupa e incensata che infonde paura fino alle ossa del cimitero meridionale a cui sono abituata, l’unico che abbia mai visitato in Italia. Un pensiero d’obbligo va a Foscolo quando noto che questo è piuttosto un giardino. Ragazzi che leggono, una coppia di omosessuali si abbraccia distesa sul prato, qualche nonna porta a spasso il nipotino. Chiacchiericcio sommesso che si confonde con il fruscio delle foglie. Non cipressi, ma betulle. Mi piacciono tantissimo i tronchi delle betulle, mica so il perché.
Non vedo indicazioni, allora seguo una coppia di apparenti turisti che osservano le lapidi con tanta curiosità quanta ne ho io. Magari loro sanno dov’è George Wilhelm Friedrich. Vedo che si fermano e comincio a gironzolare qua e là per far mostra di stare per conto mio. Heinrich Mann, recita un busto dai lineamenti familiari. Eddaje! direbbe il mio amico Menk. Il fratellino di Thomas non era decisamente un incontro che speravo di fare. Intanto la coppia procede e io posso tornare sul punto su cui si erano a lungo soffermati: due lapidi o piuttosto cippi - come quelli che Ludovica mi mostrava sempre sul suo libro di storia romana - con le spalle al muro e ai piedi un rettangolo di violette. Bertold Brecht e Helene Weigel, recita la scritta bianca. Ah, comico. Proprio a Brecht e all’Opera da Tre Soldi ho pensato prima sul treno, quando un trio di musicisti si è esibito in Hit the Road Jack e Champs Elysées sperando di ottenere qualche spicciolo dai viaggiatori. Ben altro ci vuole, diceva Brecht, per ingenerare compassione negli animi dei moderni ormai assuefatti al dolore. Tempi duri per chi fa l’elemosina, niente impressiona più davvero nessuno tanto da spingerlo a donare qualcosa all’oggetto della sua compassione, ammesso che ne abbia.
Finita la parentesi espressionista, continuo a girovagare nel cimitero. Non mi soffermo molto sulle lapidi comuni, quelle di cui vado in cerca io sono importanti e di sicuro le noterò. Confido inoltre in quella forza misteriosa che mi aveva condotta fino a Dorotheenstrasse e sono convinta che, arrivata a questo punto, avrà un grado sufficiente di riconoscenza da spingermi in direzione della tomba di Hegel. E invece no. Continuo a percorrere i vialetti del cimitero senza sosta, quasi ossessivamente, torno all’entrata in cerca di indicazioni, niente, passo davanti alla statua di Lutero, osservo qualche mausoleo di qualche riccone berlinese, ma niente. C’è un’altra bacheca dietro a quella illustrativa della storia del cimitero, ma, vedo da lontano, ha un elenco che sembra essere di orari della messa. Non mi avvicino nemmeno. Ormai l’idillio del cimitero è diventato un labirinto ossessivo: non mi schiodo di qua se non trovo quella tomba. Dopo il terzo, quarto giro, mi prende un po’ di sconforto da criceto sulla ruota. Mi siedo su una panchina, ho un po’ di caldo, eppure fino a poco fa il vento forte mi costringeva a spingermi la sciarpa contro la gola, che già sento un po’ pizzicare. Sono combattuta, è ormai un’oretta che giro a vuoto e mi chiedo se non sia il caso di chiedere a qualcuno. Ma, attenzione Franci, sei pur sempre in un cimitero. Potresti urtare la suscettibilità di qualcuno che sta lì per piangere suo marito, sua sorella o chiunque altro. Poi mi guardo intorno e mi dico che ho ormai preso sufficientemente confidenza con le viuzze di questa città dei morti da potermi permettere di stilare una fenomenologia dei suoi visitatori. I due omosessuali, no, non è il caso che chieda a loro, sono troppo impegnati con gli abbracci. Anche perché stanno uscendo. Due donne su una panchina. Parlano fitto e a bassa voce, non so, no, non è il caso. Una signora molto tedesca spinge una carrozzina, presumo sia la nonna del marmocchio, manco a dirlo, biondo e con occhi azzurri. Scelgo lei. Anche se è lì per piangere qualcuno, il fatto che porti a spasso un pupo mi convince della sua indole materna. Mi avvicino.
“Mi scusi, sa dirmi per caso dov’è la tomba di Hegel? Non ho trovato nessuna indicazione…”
“La tomba di En… Egel?” – mi risponde la signora con un sorriso. Promette bene.
“No, no, signora. Hegel, il filosofo” – e carico parecchio l’h, maledizione, la cosiddetta mutina è un problema di noi italiani, visto che in altre lingue mutina non è.
“Mmmh… la accompagno alla tavola illustrativa. Magari leggiamo qualcosa lì, eh?”.
Meglio del previsto. Ci avviciniamo, lei mi scova un passaggio che io avevo omesso di leggere. “Nel cimitero si trova anche l’obelisco di Fichte, accanto a cui è stato sepolto il filosofo Hegel per sua stessa volontà. Entrambe le tombe si trovano in direzione Hannoverschestrasse”. “Beh, vede, almeno sa che sono vicine”, mi fa la signora. “Io non sono pratica del posto, non sono nemmeno di Berlino. Vengo qui solo perché l’aria per lui – indica il bambino – è migliore che in città”.
Ringrazio la signora e mi lancio in direzione dell’obelisco Fichte. Sarà una cosa imponente, è un obelisco! Come ho fatto a non vederlo prima?
Ancora altri due o tre giri a vuoto. Mi riavvicino al tabellone all’entrata, poi guardo anche quello bianco con gli elenchi e gli orari. Ecco, in questi momenti mi pento della mia diffidenza. Non sono orari della messa, né elenchi di futuri cresimandi o qualcosa del genere. Ovviamente sono gli elenchi delle tombe, numerate su una cartina su cui sono facilmente individuabili. A volte li sottovaluto, questi tedeschi, a volte sono io che lavoro troppo di fantasia e prendo delle cantonate inimmaginabili. C’è di buono, però, che posso dire di conoscere almeno un luogo di Berlino come le mie tasche.
Allora, Hegel e Fichte sono i numeri 51 e 52. Individuo la stradina, la imbocco, ma nessun obelisco. Penso che qualcuno mi stia prendendo in giro. Proseguo finché con la coda dell’occhio non scorgo un “George”: mi volto di scatto. E’ lui. Che avesse una tomba modesta lo sapevo. Guardo allora due tombe più in là per cercare Fichte – ebbene sì, perché fra lui e Hegel si frappone niente di meno che la moglie di Hegel, della serie le mogli sono disgrazie anche da morti - per vedere finalmente l’obelisco. Di Fichte non si legge nemmeno il nome, tanto è eroso, questo obelischetto. Si scorge a malapena il suo profilo inciso, ma il nome non si leggerebbe se alla sua destra non ci fosse, ancora, la lapide della moglie. Un’uscita a quattro, insomma. Chissà se Hegel avrebbe apprezzato, magari intendeva stare proprio cheek-to-cheek con Fichte, a fare discorsi sull’Io, il non-Io, a parlare della libertà e a offendere il suo cattivo infinito con le frecciatine al vetriolo che solo lui sa fare. E invece no, le mogli li dividono. Mi dispiace un po’ per loro.
In più, questa presenza femminile un po’ mi disturba. Comincio a parlare alle tombe ma controllo quello che dico, non vorrei generare scenate di gelosia. Poi mi ricordo che sono quasi le cinque, e che sono da due ore al cimitero. E che sto concludendo la mia visita parlando con i morti. No. Non è il caso neanche per me, per quanto sia provata psicologicamente in questi giorni. Saluto Hegel, gli dico che mi sta creando un sacco di guai, ma che in fondo ne vado fiera e che continuerò su questa strada. Ora però scusami, ma torno al mondo dei vivi, gli sussurro guardandomi intorno per controllare che nessuno mi stia ascoltando.
E’ vero allora che la dignità di una città si deduce dalle tombe che si trovano in essa, come dice Schmitt? Non ho ancora visto quelle da lui consigliate, ma visto che abito al Wannsee quella di Kleist sarà la prossima. Di certo due osservazioni si possono fare: una, dalle tombe si capisce il destino di un popolo e dei suoi intellettuali, su cui anche da morti il tempo genera un certo effetto – ahimé, quello dell’oblio -  due, se un cimitero è il posto in cui l’aria è migliore rispetto alla città, da esso se ne può derivare in controluce l’immagine.

                                      


[1] Due euro e novantacinque, grazie, arrivederci.

Es gibt Raum, Raum und Raum

Es gibt Raum, Raum und Raum[1]

01.04.2011

Dicevamo, il randagismo letterario. Facile andare in giro, vedere posti, descriverli, notare qualche soggetto tipico – ché ogni luogo che si rispetti ne ha uno più o meno folkloristico – e ricamarci sopra un bel posticcio di parole. Una sorta di foga kerouachiana che sfocia nel confondere la filosofia on the road con lo “scrivo di tutto quello che mi capita sotto i piedi”; aggiungi quel mostro post-moderno chiamato blog, che rende chiunque abbia un po’ di costanza e tempo da perdere sulla rete un perfetto scrittore del terzo millennio. Frammentato e frammentario.
Quello che manca ai racconti di vagabondaggi appena evocati è una sincera coscienza del tempo storico e degli effetti che ha lasciato sui luoghi che si sforzano di raccontare. Quando viene contemplato, il tempo, ha il sapore di una guida turistica. Posticcio e artificiale come i parchi naturali, che poi naturali non sono perché li abbiamo costruiti noi. Ciò che intendo dire è: manca la concezione di tempo come storia dello spirito, di cui le città sono eredi. Ho perso la lezione di Žižek ieri sera alla Freie - era troppo tardi perché non mi venisse già sonno - ma penso che se dovessi spiegare a qualcuno che cosa ha ancora da insegnare l’hegelismo, lo inviterei a fare una passeggiata in una grande città, per ripercorrere le tappe che lo Spirito ha già percorso e che a noi non resta che contemplare. Punto critico questo, ma per il momento torniamo ai vagabondaggi.
Una considerazione: Berlino è una città tedesca. Non è un’ovvietà, intendo dire che è il segno della vittoria della Germania dalle macerie. Perché? E’ la vittoria della concezione spaziale tedesca contro la paura degli spazi ristretti e lo spirito di panico. Es gibt Raum, Raum und Raum, sembrava sussurrarmi ogni angolo di Berlino. Ne ho preso coscienza stasera, quando tornavo a casa e ho parlato al telefono con i miei: “Sono sul treno”, ho detto. Poi ho pensato che potesse suonare strano e ho specificato: “Sì, c’è il treno qui, proprio dentro la città, per muoversi da una parte all’altra”. Devo averli lasciati in sufficiente stato di preoccupazione da suggerirmi di trovare degli amici per evitare di andare in giro da sola. Ma non potrei conoscerla davvero, Berlino, se non girovagassi da sola. Il tempo della solitudine tocca quasi quello del nomade, e chissà se non coincide addirittura con esso.
Bene, un treno dentro a una città: è strano per me che il treno lo prendo da Fabriano a Macerata e che se volessi potrei disporre di entrambe le città sulle piante dei piedi. Quello che voglio dire è che curioso che lo spazio di una città venga dilatato a tal punto da necessitare di una ferrovia per collegarne i punti. Si potrebbe obiettare che questo succede in ogni grande città; sarà, ma mentre a Roma e Londra una volta sulla metro/tube non si può guardare il mondo che nel frattempo cammina sopra la propria testa, dalla S-Bahn (per i non teutonici, Schnell Bahn, cioè letteralmente “Ferrovia veloce”) si vede tutta Berlino. Ossia cantieri, palazzi, boschi, poi di nuovo cantieri, stazioni, murales e graffiti, poi qualche quartiere residenziale, spazi vuoti che fremono per essere riempiti, e il giro ricomincia. Forse oggi per la prima volta ho capito i Pink Floyd, che pure prima mi erano sempre suonati un po’ ostici.
A Berlino c’è spazio, molto spazio. Il fermento che tutti dicono animarla è in realtà il solito horror vacui: riempire spazi vuoti faticosamente conquistati per non sentire l’ossessione dell’angustia geografica. Riempirli con innovazioni, così che il progresso possa allietarli e le coscienze possano sentirsi meno in colpa. Anche in questo Berlino è il segno di un’altra vittoria, quella della Germania contro la pazienza slava. Tornata a casa ho riletto le pagine di Schmitt che in questi giorni mi fanno da guida turistica:

Da diciotto anni ho la residenza a Berlino, senza propriamente volerlo e senza tuttavia potermene staccare. Qualcosa di simile è accaduto a molti tedeschi della mia epoca e del mio ceto sociale. Una turbina gigantesca ci ha attirato qui. Un maelstrom ci ha qui deposto. Berlino è divenuta per noi un destino, e noi, sue vittime, siamo divenuti il destino di Berlino. Per noi questa problematica, pionieristica capitale è stata un passaggio più che una città reale o un domicilio. Per molti dei suoi abitanti, in effetti, essa non era che un febbrile posto di lavoro, con buoni teatri e molta vita notturna, tollerabile a condizione che si scappasse di frequente al mare o in montagna, un termitaio ossessionato dalle innovazioni, una fornace prometeica e, alla fine, un crematorio. Forse anche complessivamente, da un punto di vista storico, essa non è stata più di un crematorio e da ultimo neppur più questo, ma soltanto una pattumiera e un mucchio di macerie?[2]

Il nostro Carl risponde di no, poiché a Berlino «ci sono tombe che fondano una dignità storica», e soltanto per queste «Berlino non è un mero crematorio e un mucchio di macerie soltanto». Di quali tombe parla? Due in particolare: quella di Kleist e quella di Däubler. Non quelle degli idealisti, Hegel e Fichte, essi ebbero un rapporto troppo controverso con la carne perché, dice Schmitt forse un po’ impietosamente,  le loro tombe meritassero considerazione e dignità storica. Mi sono sinceramente addolorata per la sorte delle tombe dei due filosofi fin dalla prima volta che lessi Ex Captivitate Salus – lo ricordo precisamente: l’ho divorato sul treno il 27 gennaio, è stato il mio modo di ricordare, forse poco ortodosso perché dalla parte di quelli di Norimberga, ma a me sembrava proprio per questo estremamente valido. Mi ero dunque promessa di andare a fare una visita a Hegel, soprattutto. Non che ne abbia bisogno, in questo ha ragione Schmitt.
Ma non era a quella pagina di Ex Captivitate che pensavo stamattina, quando sono uscita di casa. Es gibt Raum, Raum und Raum, già presagivo, ma nella testa non mi suonavano esattamente queste parole. Almeno non distintamente, almeno non prima di aver visitato, non per mia volontà, il Kirchhof der Doroteen-Staedtische .



[1] C’è spazio, spazio e ancora spazio.
[2] Ex Captivitate Salus, Carl Schmitt, Adelphi Milano 2005, p. 37-38