lunedì 25 aprile 2011

Effetto Larsen

§ 1. L’Amplificatore
                             24.04.2011

“Friling oyf dayne fligl bloye[1]…”. Esattamente yiddish è la primavera di mamma Berlino. Come la bizzarra lingua degli ashkenaziti, suona un po’ ostica un po’ familiare e appare come un grande carrozzone verde su cui si canta di malinconia, fiori, tempi andati e tempi che verranno. Sotto lo sguardo costante, inevitabile e sinistramente conglobante della Torre della Televisione, uno dei maggiori scempi estetici dell’umanità. D’accordo, devo smetterla. Devo reinterpretare il prima possibile le mie categorie estetiche e concettuali se voglio gustarmi Berlino e la mia recente conquista – lo prendo come un segno di benvenuto, sicuramente mille volte più impagabile dei soldi di benvenuto che il Comune mi ha generosamente accreditato. Geniessen ist dein Buergerrecht, enjoyment is your civil law, ci volevano il museo di Kreuzberg e la mostra fotografica di Ludwig ‘Nikolai’ Menkhoff per capirlo. E non solo.
Il fatto che non riesca a controllare il tempo è dovuto a un vizio di forma, un errore interpretativo che da novella del Tempo sento di potermi permettere. Non posso pensare il signore inesistente – o per lo  meno, i suoi effetti - con le categorie della dilatazione. Sono ancora quelle dello spazio. Ma è possibile pensare il tempo secondo il tempo? Oppure siamo condannati a spazializzarlo per averne una seppur minima idea? Ad ogni modo, grazie a un preziosissimo consiglio, proverò a pensare quello di Berlino – che al momento è lo spazio che definisce il tempo che mi arreca maggiori preoccupazioni – attraverso la categoria dell’amplificazione. A pensarci bene anche questo sarebbe un concetto etimologicamente spaziale: ma da buona musicista, non farò molta fatica a pensarlo in termini acustici. D’altronde, sapevo che prima o poi sarei tornata alla musica per cercare di venirne a capo.
Allora, mettiamola così: Berlino è un Amplificatore. Gran bella immagine sonora, penso quando Francesco me la suggerisce. Mi servirà per sopravvivere, secondo me, per gustarmi Berlino, secondo lui. Mamma Berlino amplifica qualsiasi cosa passi per la testa ai suoi figli, illegittimi e non, adottati, acquisiti o di passaggio: ne porta all’estremo stati d’animo, pensieri e intuizioni rispetto al momento in cui sono concepiti, crea stati d’euforia da barlumi – magari anche momentanei - di buonumore, depressione più buia da piccoli dispiaceri che in un posto normale sarebbero riassorbiti nell’arco di una giornata. No, due cose importanti ho imparato: una, alla fine della giornata qui non si tirano le somme, anzi si va a letto più con un grado di entropia sempre maggiore rispetto a quando ci si alza (non chiedetemi cosa succede dopo un arco di tempo sufficientemente lungo da aver accumulato un numero di squilibri mentali troppo elevato da causare un deficit degli equilibri, non lo voglio sapere ma temo che lo saprò presto). Due, a Berlino non è permesso avere i blues. Sia perché il blu non è un colore che le si addice, sia perché il blues qui non si sente suonare mai. E non parlo di locali, di quelli ce ne sono a dozzine. Se proprio vuoi essere triste a Berlino, allora scegli un altro colore, il grigio o  il viola magari, ma non il colore degli schiavi neri d’America e della loro disperazione esistenzialmente e musicalmente improvvisativa.
Bisogna sapere come usarli, gli Amplificatori. Io in effetti ci ho perso un po’ la mano, tanto che il mio errore nei confronti di quello con cui ho a che fare al momento altro non è che un errore tecnico di posizione. Facciamo finta che io abbia portato qui la mia chitarra, che può metaforicamente assurgere a simbolo del fardello spirituale che mi sono trascinata dietro a Berlino. La suono, magari anche bene, è una bella chitarrina e io le faccio dire poche cose ma essenziali e dritte all’osso. Ma sto entrando in feedback con l’Amplificatore, a cui i faccia a faccia non piacciono particolarmente. Il suono rientra, altoparlante-microfono-altoparlante. Puro effetto Larsen. L'effetto si innesca solitamente quando il microfono è troppo vicino all'altoparlante e capta una frequenza emessa da quest'ultimo, in un dato momento più forte delle altre, che quindi viene amplificata e riprodotta a sua volta con ampiezza via via crescente, virtualmente illimitata, se non fosse che l'amplificatore va in overdrive[2].  Quella frequenza un po’ più forte delle altre rischia di far saltare tutto, se non mi sposto.
 Sono ancora nello spazio, magari non ne uscirò mai – anche se l’ho simbolicamente buttato alle ortiche, dopo aver trovato il tempo nel vuoto.
Ma su un punto potrei andare d’accordo con l’Amplificatore. A entrambi piacciono le tinte forti. Potrebbe essere l’inizio di una lunga seppur travagliata amicizia.


[1] Primavera, sulle tue ali blu. E’ un pezzo del ritornello di Friling, canzone tradizionale yiddish.
[2]  Da Wikipedia, l’ingegneria acustica mi affascina ma non è il mio forte.

1 commento:

  1. Sopravvivere e gustarsi Berlino coincidevano nel mio consiglio, le considero sinonimiche. Inoltre, seguendo la tua metafora sonora/musicale mi sovviene che non avevo considerato il tuo gusto per il Blues - lo avevo ignorato perchè com me il blues non funziona, e come tutto quel che si ignora, si ignora.

    Portare una musica di sfumature nel paese degli estremi è follia: nell'amplificatore se suoni il blues esce il punk. Un cambiamento quantitativo spesso porta con sè un cambiamento qualitativo. Dunque achtung! Ed Achtung anche alla Storia, che è per gli Dei e per i morti.

    RispondiElimina