domenica 10 aprile 2011

Gemaeldegalerie under my shoes

Ho lasciato stare Kleist, oggi, e chi come lui ormai riposa in pace. Mi mancano von Humboldt e Daubler per finire le visite cimiteriali. Ma d'altronde non ho fretta, sono a Berlino e posso aspettare. Posso aspettare in biblioteca a leggere Das Nordlicht e poi andare sulla Heerstrasse.
E' domenica, dunque ho bisogno di sacro. Dei musei di Berlino non ne ho visto neanche mezzo e in fondo, penso, anche un museo è un cimitero dell'arte. Un posto in cui artatamente sono collocate opere che vengono da chissà dove e magari il chissà dove era non poco rilevante nella mente dell'artista, che invece immaginava che il tempo la seppellisse in un determinato luogo geografico. 
Gemaeldegalerie, oggi sei mia. Ci sono due quarti di Italia dentro, un quarto di maestri fiamminghi e tedeschi e un quarto di - presumibilmente infallibile - concezione museale tedesca. Sappiamo bene che loro con le forme grandi e le questioni di struttura ci sanno fare; i musei che ho visto finora non mi hanno mai deluso in quanto a organizzazione degli spazi e, cosa fondamentale, illuminazione delle opere. Leggo all'entrata che c'è un'esposizione temporanea su Caravaggio; figli di Germania, qui si parrà vostra nobilitate.
Il Kulturforum in cui si trova la Gemaeldegalerie è un polo museale e scopro che con soli quattro euro posso visitarne ogni sezione: quella di arte pubblicitaria, il museo di Strumenti Musicali e qualcos'altro sugli Espressionisti di cui non ricordo precisamente il nome - dove c'è un aggettivo da concordare in tedesco, la mia mente glissa colpevole. Ebbene, le prime sale della Galleria sono un tripudio di gotico internazionale, che meraviglia. Cerco Gentile da Fabriano, dentro di me lo chiamo Jentile da Favriao, sorrido mentre lo trovo e l'addetto alla sicurezza mi osserva un po' insospettito. Nessuno sorride quando sta al museo, sembra dirmi con lo sguardo. Infatti tutti parlano sottovoce, un tizio con troppe mire da critico d'arte per il parrucchino indecente che porta - infatti dovrebbe imparare a eliminare il posticcio dalla sua concezione estetica, se proprio volesse atteggiarsi a intenditore -  fornisce spiegazioni alla sua accompagnatrice con movimenti troppo artificiali e controllati della mano - anche qui ha ancora molto da imparare. L'arte è arte se il trucco c'è ma non si vede, e lui decisamente la confonde con l'artefatto. Forse perché ancora si aggrappa al concetto di natura, per cui l'arte è modificazione del già creato. Forse perché in fondo non crede davvero nell'uomo o non sa nulla dell'humanitas e della social catena. Ad ogni modo prima o poi - non oggi, la signora pende dalle sue labbra - qualcuno si accorgerà che è un frequentatore di musei posticcio almeno quanto il suo parrucchino da finto artista di Montmartre.
Insomma proseguo e mi faccio rincuorare da Gentile, penso a quanto starebbe bene quella pala a Fabriano,  Crivelli mi delizia mentre mi dirigo verso la sezione Caravaggio. Sto per effettuare la mia prova del nove sulla disposizione delle opere e loro illuminazione. Tacchete. La luce viene dal soffitto ed è troppo forte. Spezzo una lancia in favore dei tedeschi dicendo a me stessa che forse sono più bravi con l'arte contemporanea, d'altronde quella luce non la conoscono abbastanza bene da poterne interpretare i movimenti. Ma neanche noi che pure la conosciamo siamo capaci di utilizzarla al meglio per illuminare opere come quelle di Caravaggio. E' curioso che brillino di luce propria senza emettere alcun tipo di radiazione luminosa. Questo  vorrei far notare al tizio del parrucchino, se solo non fosse troppo impegnato a scostarsi i capelli - finti - dalla fronte con l'anulare, in modo da far mostra dell'anello - finto - a cui sembra attribuire troppa importanza.
Mi imbatto in Canaletto, anche questa è un'esposizione temporanea. Ora che ci penso la vado rincorrendo da mesi, prima alla National Gallery, adesso qui a Berlino. Poi penso a Terra e Mare e allo sposalizio fra i mercanti veneziani e l'Adriatico, all'anello che dovrebbe suggellare il patto di cooperazione commerciale e a me, che me ne sto qui a Berlino senza ricordarmi com'è fatta Venezia, perché i miei mi ci hanno portato che ero bambina. Provvederò.
Mi siedo per riposare e guardarmi intorno beata. Sorrido - perché non dovrei? - e se avessi qualcuno con me parlerei pure. A voce alta e senza fare movimenti ridicoli. Ah, gli animali da museo, che piaga.
L'addetta alla sicurezza della stanza in questione - non ricordo precisamente quale, ma sicuramente una dei maestri fiamminghi - mi passa davanti, mi osserva un po' troppo, io la scruto con gli occhi piccoli perché ho tolto gli occhiali per riposarmi; parto dalla testa, capelli rossicci, scendo, corpo tozzo, vado alle scarpe - ché una persona si riconosce sempre dalle scarpe che indossa, dice papà e io approvo. Eh no, questa no. Ciabatte, ecco cosa porta. Io non sono per i dialettismi, però non mi viene neanche da chiamarle ciabatte, queste. L'italiano è una lingua troppo bella per sopportare certi scempi calzaturieri. Sono quelle che in sammichelano si dicono scangett, sentite che suono? Ecco, una cosa oscena. Lavorare in un posto come questo e indossare ciabatte, quelle da nonna mezze ortopediche e mezze Fly flot con tanto di gambaletto nero sotto è un affronto all'umanità e all'infinita capacità creativa del suo spirito. 
Esco scandalizzata e decido di cominciare dalle scarpe, la prossima volta che guardo qualcuno.


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