mercoledì 13 aprile 2011

Labirinto della storia. Domani

12.04.2011

“Il labirinto del mondo è il luogo dell’errore”. Abendlaendische Eschatologie, in fondo devo dare un senso al mio soggiorno berlinese interrogandomi sul senso della storia che qui sembra aver appeso le armi al chiodo. Intanto io ci sguazzo nel labirinto, sono talmente deviata da scorgere nell’espressione usata da Taubes una citazione a Comenio.
Presupposto di questo errare vagabondo nell’essenza della storia è il vagare reale in un labirinto veramente esistente, quello del sistema bibliotecario berlinese. Chi mi conosce sa che ho una specie di fissazione e una carriera alle spalle nel campo del miglioramento dei servizi bibliotecari. Fondamentalmente mi occupo di rendere più facilmente accessibili le biblioteche dimenticate in Italia, spesso con patrimoni invidiabili ma con servizi inesistenti o comunque poco efficienti. Al liceo diventai una specie di zimbello perché mi proposi come bibliotecaria e ottenni il permesso di tenere aperta la struttura per ben due pomeriggi a settimana. All’università è stato un po’ diverso, ma il concetto di fondo è rimasto invariato. Ho dovuto lavorare di penna, sensibilizzare i docenti per fare in modo che la nostra biblioteca dipartimentale avesse un addetto – se non fisso, quanto meno disponibile in orari del giorno comunicati e affissi pubblicamente. Con i miei colleghi non c’è stato molto da lavorare, ben pochi usano i servizi di prestito e consultazione e continuo a chiedermi come diavolo facciano a preparare gli esami. O meglio, preparano gli esami, infatti, ma non studiano filosofia. Ma questa è un’altra storia, e io sono in Germania. Potrei addirittura essere più tollerante con molti scarti sociali che frequentano la mia facoltà solo perché a distanza mi ritrovo a riconoscerne la totale innocuità e vacuità.
Dicevo, le biblioteche. Devo cominciare a lavorare alla mia tesina annuale, in più ho un paio di pallini fissi che devo cementare – si veda il Daubler già più volte citato, o Taubes, il rabbino che fece tremare Schmitt. Faccio una rapida ricerca Opac e tutti i testi che vorrei consultare – ma spero vivamente di poter prendere in prestito – sono alla Universitaetsbibliothek. Vicino a Thielplatz, non ho ben chiaro dove ma ci sono insegne ovunque. O meglio ce n’è una sola: logica tedesca vuole che fino a nuovo ordine la prima è quella che indica la direzione da seguire, che non va cambiata per nulla al mondo. Fino a nuovo ordine. Potresti non incontrare una nuova indicazione per chilometri, allora saresti sulla strada giusta. In Italia saresti semplicemente perso.
E’ a due isolati da Thielplatz, uno sputo di villette, verde e casette di professori.  Comincio a lavorare di fantasia – il tutor nella prima giornata di orientamento ci ha parlato dell’uso di molti professori di filosofia della Freie di invitare i loro allievi a casa per un caffè e per approfondire quanto detto a lezione; ovviamente io vedo tutta una carrellata di maestri che avrei voluto conoscere invitarmi a casa loro, scrutarmi con il solito interesse pedagogico che sembro destare e offrirmi un biscottino non troppo dolce insieme a una domanda provocativa su cui, lo so, non dormirò stanotte. Insomma, cose da maestri veri, non leccornie senza dignità di professori in cerca di popolarità accademica.
Così rischio di perdermi, se non sto attenta alle indicazioni. Passo davanti alla facoltà di Scienze Politiche e svolto a sinistra. Universitaetsbibliothek, piuttosto grigia e squadrata, ma che importa se ha tutti i libri di cui ho bisogno.
Poiché al grigio esterno di un palazzo corrisponde un proporzionale grado di suddivisione labirintica degli spazi interni – non priva di ordine, ovvio, ma anche ciò che è suddiviso meccanicamente richiede a chi vi si imbatte di compiere un’operazione di orientamento – mi rassegno a perdere una mezz’oretta per capire da che parte devo andare per andare dove devo andare, come disse qualcuno. Leggo qualcosa sul prestito e salgo le scale, nella peggiore delle ipotesi chiederò a qualcuno.
Opac Freie, leggo sulle homepage delle postazioni computer che trovo nella sala in cui entro. L’Opac è universale per fortuna, ci sono. Ho le collocazioni, le mostro a una delle due bibliotecarie, che dice il solito tschu-ues all’utente che mi precede, ma con un sorriso. Non male. Parla dialetto però, maledizione, mi dice che posso prendere solo uno dei libri che ho indicato; poi aggiunge un qualcosa che dovrei fare morgen, domani, e il resto no, proprio non l’ho capito. Mi dice che devo lasciare il libro che ho con me se voglio entrare e mi spiega dove trovare la collocazione che cerco. Io? Cioè io devo andare a prendermi il libro? Sarà così; entro nel corridoio che mi indica, scendo una rampa di scale e arrivo in uno scantinato. Subito mi si affollano di fronte migliaia di numeri, anni, sigle di collocazioni, altri corridoi, frecce, scale e ancora corridoi. Ho visto un posto simile a Heidelberg, ma era un negozio di antiquariato, non una biblioteca. Fortuna l’odore dei libri, sono sinceramente tentata di uscire e rinunciare alla mia ricerca. Poi mi dico che la mia permanenza qui è troppo lunga perché possa permettermi il lusso di non prendere in prestito libri. Impazzirei. Allora, gambe in spalla - gli occhiali ce l’ho quindi non devo strizzare gli occhi per leggere i numeretti - e cerco di capire la logica di questo labirinto. Non è difficile, in fondo, se solo avessi più confidenza coi numeri. Queste entità matematiche mi spaventano sempre, soprattutto se ne vedo così tante e insieme. Ma un libro vale bene l’impresa. Devo solo procedere con lo scalare dei numeri, poi il difficile viene con gli scaffali, che hanno una logica ben poco lineare; su una parete ci sono i numeri, per esempio, dal 2023 al 2309, poi su quella di fronte quelli dal 2559 al 2878; l’evidente intervallo scoperto è indicato su una parete vuota. Bello. Cos’è, un passaggio segreto? Poi penso che ogni cosa ha un lato b, e magari anche uno scaffale merita che al suo venga dedicata attenzione. In fondo deve sopportare per secoli il peso di altrettanti anni di scienze dello spirito. Eccolo, il mio libro sull’ateismo medievale e rinascimentale. Ah, che meraviglia, ciò vuol dire che il labirinto è mio.
Torno su per effettuare il prestito, poi però penso che un’altra capatina nel labirinto posso permetterla. Sono solo le sei e se mi metto a smanettare sull’Opac qualcosa che mi manca la trovo sicuro; Taubes. E’ stato a Berlino all’Istituto di Giudaistica e se Schmitt lo temeva doveva pur averne ben donde. Collocazione, stessa tiritera ma con un’altra signora, un po’ più simpatica e anche più comprensibile. Senza farmi guardare dall’altra bibliotecaria che mi ha testé servito, le chiedo sottovoce quello che prima non avevo capito: qual è il problema con gli altri due libri e che cosa dovrei fare morgen che non posso fare adesso. Lei mi spiega che devo ordinare i libri su internet dopo essermi registrata sul sito; domani li trova qui, mi dice. Uno dei due è Das Nordlicht, no, non posso farmi inibire da una stupida procedura telematica.
Domani sono di nuovo qui, altro giro, altri bibliotecari. Hallo, gestern habe ich einige Bucher bestellt[1], gli porgo il mio documento, il bibliotecario annuisce e quando apre la mia pagina sul database dice qualcosa su un locale vicino casa - abita nelle vicinanze di Wasgenstrasse – che dovrebbe darmi fastidio perché fa troppo rumore. Io rispondo che onestamente  non sento proprio nessun rumore, anzi c’è anche troppa pace. Intanto il mio libro è arrivato davvero e io sono un po’ colpita dal volume che mi ritrovo fra le mani. E’ vecchio, non c’è dubbio. Ma che fosse proprio la prima edizione, quella del 1910, non me lo sarei mai aspettato. L’Aurora Boreale scritta in gotico, Florentinischer Ausgabe, Muenchen und Leipzig bei Georg Mueller. Dovrei essere la donna più felice del mondo, vista la mia fissazione per i libri. Una vena di tristezza mi assale insieme all’immagine del volto sconcertato del direttore di una biblioteca italiana che amo particolarmente: “mi dispiace ma questo non te lo possiamo proprio dare in prestito”, avrebbe giustamente affermato, non senza ostentare un’aria bonaria di rimprovero. E’ un pezzo di storia, avrebbe aggiunto. Quando si tratta di libri bisogna scegliere: conservazione o fruizione. Entrambe le cose non si possono avere. Sono tentata lì per lì di rifiutare il libro. Chi sono io per avere sulla mia scrivania un oggetto così prezioso e determinarne il deterioramento? Faccio un rapido calcolo e penso che dopo di me ci saranno altre migliaia di persone che lo prenderanno in prestito, lo leggeranno, lo appoggeranno magari nervosamente sul loro comodino o lo porteranno in giro per leggerlo sui mezzi – ché qui anche il piacere della lettura viene relegato in uno spazio di tempo organizzato e ritagliato da mamma Berlino. Ebbene, questo libro avrà sì e no ancora un centinaio d’anni di vita. Poi sarà totalmente liso e sarà anche colpa mia.
Ecco perché, Berlino, devo interrogarmi sul senso della storia finché sono qui. Perché tu sembri non averne alcuno.







[1] Salve, ieri ho ordinato un paio di libri…

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