lunedì 11 aprile 2011

Never talk to strangers, prima guardagli le scarpe

Un migliaio di scarpe dopo sono sulla S-Bahn. Non avrei dovuto prenderla, la domenica fa avanti e indietro per tre o quattro stazioni e poi mi tocca fare altrettanti cambi. Me ne dimentico completamente e invece decido che ormai posso permettermi il lusso di dormire un po', ci vuole almeno una mezz'oretta per Mexikoplatz. Poi se proprio non riesco a dormire, perlomeno ho gli occhi socchiusi e ciò significa che posso continuare a guardare le scarpe. Ne entrano tre paia, converse viola, vinaccia e bianco, e mi si piazzano di fronte. I loro indossatori trafficano con qualcosa che sento vibrare nell'aria. Un rotolo di scotch bello grande, grigio, di quello che i rapinatori usano per tappare la bocca alle vittime. Ok, siamo sulla S-Bahn in pieno giorno, dico al Benedetto che sento scalpitare in me. In fondo stanno solo giocherellando a tirarselo fra di loro; sono o clown o musicisti, ne hanno l'aria. Intravedo una grancassa vicino a una delle tre converse, allora decido di mostrare comprensione da colleghi, eppure i tre tizi continuano a fare i clown e a non prendersi sul serio. 
Ora, io che un po' di esperienza coi bambini ce l'ho, con gli occhi socchiusi percepisco che prima o poi il rotolo di scotch mi arriverà dritto dritto in testa. Si sente, quando un bambino ti sta vicino che prima o poi la palla con cui giocherella ti arriverà in un occhio o che con un movimento maldestro dei suoi ti assesterà un bel calcetto sugli stinchi. Mica lo fa di proposito, eh, però te lo aspetti e prendi le dovute precauzioni. Questi tre sono belli cresciuti, invece - finalmente mi degno di guardarli in faccia tutti - e spero che capiscano che non è il caso di lanciarsi un rotolo di scotch, già di per sé inquietante, in un mezzo pubblico affollato. Mi dico che sono poco tollerante e socchiudo gli occhi, appena in tempo per sentirmi qualcosa sbattere sull'avambraccio. Lo scotch è arrivato a destinazione. Sul momento vorrei rilanciarlo, poi mi ricordo che potrei sortire effetti migliori e più intensi se facessi un sorriso, quello che sfoggio ogni volta che qualcuno si aspetta da me che mi arrabbi. Bisogna saperlo fare, eh; ma se siete bravini o acquistate un po' di esperienza con l'esercizio, credetemi, è un metodo infallibile. Allora apro gli occhi, sorrido a tutti e tre, riconsegno il rotolo al biondo che me l'ha tirato - lo so perché mi sta di fronte e perché è lui a scusarsi mortificato - e mi rimetto a sedere serena, come quando finalmente accade un evento di cui si percepisce l'aria tesa che lo precede e ci si gusta il successivo e rincuorante - anche se un po' da pentolone di fagioli - "lo sapevo che sarebbe successo".
Il biondino è sconvolto. Magari pensava che mi sarei alzata per offenderlo o tirargli uno schiaffo, ma la risata proprio no, non se l'aspettava. Allora prende il rotolo, ne stacca due pezzi e comincia a disporli a croce greca; riproduce tre esemplari del genere, li consegna agli amici perché se li attacchino addosso, ne crea un quarto, allunga il braccio e me lo porge. Una specie di art-attack estemporaneo della pace, ecco. Io accetto il presente, lo appiccico sulla mia borsa e scendo. 
Tutto questo giochetto mi è costato due o tre fermate perse e molta perplessità sulle stravaganze di questa città. Ma d'altronde tre paia di converse sdrucite e un rotolo di scotch da delinquenti non promettevano bene. Ciondolano sul cavalcavia fra stato di natura e stato borghese, in quell'interregno che solo la gioventù può permettersi di conoscere, direbbe Mann; è necessario per un giovane sostarvi? E' davvero necessario fare scampagnate romantiche sui monti per gustarsi un'innocenza fittizia? Questi tre potrebbero essere musicisti, potrebbero avere tutte le risposte che desiderano o non avere affatto domande, se solo sapessero usarlo, il tempo della musica; invece confondono il gioco con la farsa. Sono candidati a diventare anche loro animali da museo?
Forse dovrei davvero buttare le mie, di converse, come mamma mi consiglia da tempo. 

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