lunedì 18 aprile 2011

Pink Floyd e università della terza età

18.04.2011

Comincio a venirne a capo, cara Berlino.
Due cose: una, ogni strada di una grande città geht in fatalismus aus[1]. Non so perché l'ho pensata esattamente in questi termini e non riesco assolutamente a tradurla, neanche mentalmente. Mi interrogo sul rapporto fra condizioni e possibilità mentre cammino da qualche parte intorno a Ernst Reuter Platz, per cercare un istituto linguistico in cui spero di potermi iscrivere a un corso di ebraico. Ho sempre rimandato l'esperienza di fare la  conoscenza di questa lingua al mio soggiorno berlinese perché ero convinta che avrei trovato più facilmente un corso, qui. Ce ne saranno a milioni di corsi di ebraico, a Berlino. Ma come cercarli? Il problema del disorientamento di questa città è che si trova ogni cosa, una volta che si sappia dove e come cercarla. La ricerca invece è labirintica, e non sto parlando di una biblioteca sotterranea con collocazioni confusionarie in prima istanza, ma estremamente precise una volta che si sia capito l’ordine che le regola. Probabilmente non avrei mai trovato un corso, neanche con l’aiuto di internet. Non bastano i filtri e le ricerche mirate. E’ triste da ammettere per un filosofo, ma il caso qui è determinante. Se non avessi trovato un volantino verde in facoltà che recitava “Sprachen Lernen![2], non mi sarei mai trovata a Ernst Reuter Platz, non mi sarei mai iscritta al corso di ebraico – un momento, ancora non in maniera definitiva, poiché dovrò sostenere una specie di esame di ammissione, visto che il corso per principianti era al completo. Con un ufficioso Einstufungstest[3] gentilmente concessomi dal mio futuro insegnante di ebraico probabilmente riuscirò ad iscrivermi al livello superiore.
Adesso capisco perché tutte le formiche umane che brulicano Berlino attribuiscono così tanto peso al caso. Berlino, hai delle precondizioni perché si possa godere delle milioni di possibilità che offri? Dico, altre condizioni che non siano quella dell’adesione disperata e tragica al fatalismo.
Due - la successione dei numeri non è solo puramente enunciativa, ma quella che segue sembra essere la conclusione della premessa uno. Dei tre corsi della Freie che frequento, in due sono la più giovane dei partecipanti. Età media: sessantacinque, settant’anni. Devo dedurre che: a) sto frequentando l’università della terza età? c’è stato un qualche errore? non credo, qualche timido giovanotto entra allo scadere del sessantottinamente concesso quarto d’ora accademico; b) ho scelto dei corsi decisamente poco popolari per la mia generazione. Non mi dispiaccio mai, quando questa situazione si verifica e, devo ammettere, non di rado. Tutti i concerti che frequento sanno di Crema di Cupra o Chanel numero 5, vi si nota una canizie imperante e vi si ascoltano sound decisamente poco post-moderni. Sarà che in realtà sono una nostalgica conservatrice antiquaria, sarà che da quando sono a Berlino mi sento il topo di campagna. Vengo dalla provincia, dalla periferia.
Allora, perché sono la più giovane? Che succede a me, cosa ai miei coetanei? Dov’è la differenza? La risposta è arrivata ieri sera, inaspettatamente. Facebook è un buon luogo per gli esperimenti sociali. Ho pubblicato il video di Hey You dei Pink Floyd e dopo neanche cinque minuti ci sono almeno altrettante persone a cui “piace questo elemento”. Eccolo, il problema. Perché non ho mai ascoltato i Pink Floyd, prima? Come ho già detto, prima di Berlino non li capivo. Non me ne vogliano i sostenitori – a dire il vero un po’ naïve – della teoria secondo cui se la musica è bella è bella e non c’è bisogno di capirla. Balle. Senza geografia e disposizione d’animo adatte non si va da nessuna parte.
Dunque? In breve: non ho mai guardato avanti, in realtà. Non ho mai veramente creduto che la storia potesse essere finita. Eppure adesso questa idea mi si è fatta spaventosamente chiara. E io che pensavo che la scelta più difficile per un occidentale fosse quella che ha all’origine il dissidio fra commercio col mondo e isolamento della ragione. E’ vero, ma non è tutto. Non avevo ancora conquistato il tempo, mi tenevo stretta stretta allo spazio e alla razionalità strategica. L’ampliamento temporale – che sono una città dilatata come Berlino poteva favorire – implica il disorientamento causato dalla mancanza delle coordinate spaziali: precise, affidabili e immutabili. Implica pertanto una ridefinizione del concetto di storia, ammesso che ce ne sia ancora uno. Storia vuol dire guardarsi indietro per comprendere? Nulla può impedire che, alla fine della giostra della comprensione, sorga inquietante e mostruosa la domanda: e adesso?
Ho capito che c’era qualcosa che non andava nel mio cercare segni del passato in un posto che invece porta cicatrici. Non sono a Macerata, né in bilico fra lo stato di natura e quello borghese, né la lettura di Spinoza arreca più quel benessere spirituale da contemplazione disinteressata del mondo. Né lo sguardo delle formiche è quello di chi ha capito contemplando, con gli occhi a mandorla per il piacere derivato dalla comprensione e il sorriso di chi si sente una particula perfecti. E’ quello il mondo da cui vengo, quello a cui mi sento di appartenere, quello in cui mi chiedo cosa succederà al mio ritorno. Qui però le formiche urlano I have become comfortably numb. Piacevolmente insensibili alla voragine della mancanza di spazio storico e dell’abbondanza di vuoto temporale, piacevolmente insensibili, cioè, al cimitero della storia.




[1] Provo a tradurre nonostante la resistenza mentale che incontro: ogni strada di una grande città si risolve nel fatalismo.
[2] Imparare le lingue!
[3] Test di “orientamento” per capire il livello – Stufe – di padronanza della lingua.

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