sabato 9 aprile 2011

Quadam particula perfecti - Kleist

08.04.2011


Come promesso, scendo a Wannseebruecke e sono da Kleist. Ho poco tempo, è un peccato visto che l’orso di Kleist inneggia alla pazienza, ma so dove si trova di preciso la tomba, quindi farò presto – a meno che non sia nascosta come quella di Hegel. E invece no, ai berlinesi Kleist deve piacere particolarmente, visto che è pieno di indicazioni per il Kleistsgrab. Oggi è il mio giorno fortunato, anche se l’aria di eucalipto non sembra volermi abbandonare, anzi mi avvolge di più ad ogni sguardo che lancio al Wannsee.
Einfach[1], giro a destra, so che la tomba è fra il numero due e quattro di Bismarckstrasse  - curioso che Kleist sia sepolto in una strada che porta questo nome – ma non riesco a immaginare come una lapide possa trovarsi fra due numeri civici. Cos’è, una specie di cappella fra due abitazioni? O un piazzale ricavato a fatica fra i vivi? Cammino e intanto mangio un pretzel, se non si ha il caffè bisogna apprezzare le gioie gastronomiche locali. Il numero due è una scuola elementare e questo aumenta la mia curiosità circa la forma della tomba, quest’inno all’immortalità che non dovrebbe necessitare di celebrazioni né ora, in occasione del duecentesimo anno da che è stata eretta, né mai. E’ fuori dai mutamenti temporali solo per l’epigrafe che reca addosso, dunque non può essere soggetta a celebrazioni per cose che non la riguardano, ossia lo scorrere rumoroso (o silenzioso?) del tempo.
Oh, un’insegna conduce a una piazzetta sul lago. Kleistsgrab, eccoci qua. Panchine color ruggine e un blocco di cemento, lo stesso che ha visto Schmitt, non quello vecchio con l’epigrafe “presuntuosa”[2]; vicino la Voegel, morta per mano e poco prima di Kleist, fra di loro un mazzo di fiori. Un lusso che non è concesso alle tombe degli idealisti, massimamente disadorne e spoglie, prive di un pensiero o ricordo floreale da parte di un qualsivoglia passante devoto. Qui i fiori ci sono, invece. Sono lilla e gialli, non so dire di più. Un po’ fluffy, direbbe la mia coinquilina, ma in fondo offrono una piacevole vista al visitatore mattutino – per quanto, disgraziatamente, io non ami i fiori, sebbene mi renda conto che la loro caducità si addica a ornare le tombe, ridicoli resti di ciò che, al contrario, non permane affatto. Se invece parliamo del rapporto fiori-vivi, avviso pubblicamente che se proprio mi si deve fare un regalo deperibile, si faccia almeno in modo che possa mangiarlo.
 Il Wannsee soffia e sibila in concerto con le piante proprio alla destra di Kleist. Mi siedo e chiudo gli occhi, niente che il mio poco tempo a disposizione non possa sopportare con qualche minima e irrilevante dilatazione.
Nun, o Unsterblichkeit, du bist ganz mein. Adesso sei completamente mia, immortalità. Cosa avrà voluto dire Schmitt, quando a questa tomba famosa ne ha collegata un’altra, quella del panteista Daeubler sulla Heerstrasse? Sentirsi una quadam particula perfecti è ancora possibile allo scopo di soddisfare i desideri di immortalità del mondo del terzo millennio? Il Wannsee a cui l’epigrafe di Kleist sembra rivolgere lo sguardo potrebbe suggerire la risposta?



[1] Facile.
[2] Das heisst, cioè, “Er suchte hier den Tod und fand Unsterblichkeit”: cercò qui la morte e trovò l’immortalità.

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