domenica 29 maggio 2011

Silete musici in munere alieno

Oh, mi dispiace che maggio stia finendo, mi ci stavo affezionando. Per consolarmi cerco la prossima poesia mensile di Storm: non ce n'è una per giugno. Perché mai, mi chiedo. Forse è un mese troppo di passaggio per potervi soggiornare poeticamente.
Sarà che vado a vedere Avishai Cohen dopo tanto rincorrerlo, sarà che fare la nostalgica e andarmi a riprendere pezzi di passato è un'attività a cui dedico almeno la metà del mio tempo, ma mi è capitato di accostare due passi della storia del pensiero occidentale in cui si esclude che l'ordine del mondo abbia una struttura musicale. Non so con quanto rigore storiografico, ma mi sembrava interessante che nella mente degli atei il mondo e l'anima non risuonassero di armonia cosmica.

"Anzitutto dico che l'animo, che spesso denominiamo mente
ove ha sede il criterio intellettuale e il governo della vita,
è una parte non meno che una mano o un piede,
e gli occhi costituiscono le parti di un'intera creatura animata.
.   .   .   .   .   .   .   .   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . .
la sensibilità dell'animo non risiede in una parte determinata,
ma consiste in un certo abito vitale del corpo
che i Greci chiamano armonia, poiché ci farebbe vivere
con facoltà di sentire, sebbene la mente non risieda in alcuna parte;
[...] perciò, trovata quale sia la natura dell'uomo e dell'anima
- quasi una parte dell'uomo - rigetta il nome di armonia,
recato dai  musicisti già dall'alto Elicona,
o che essi hanno forse tratto d'altrove e trasferito
a una cosa che prima non aveva un suo nome. Comunque sia,
se lo tengano."
(Lucrezio, De Rerum Natura, III, 94 - 134)


"Dopo essersi persuasi che tutto ciò che accade, accade per loro, gli uomini hanno dovuto ritenere che, in ogni cosa, l'elemento più importante è ciò che è a loro più utile, e considerare come eccellenti tutte le cose dalle quali venivano affetti nel modo più piacevole. [...] Per esempio, se il moto, che i nervi ricevono degli oggetti percepiti mediante gli occhi, giova alla salute, gli oggetti che lo provocano sono detti belli, e viceversa, brutti quelli che provocano un moto contrario. [...] E infine degli oggetti che stimolano le orecchie si dice che producono rumore, suono o armonia, e di questa ultima gli uomini sono tanto infatuati da credere che anche Dio se ne diletti. Né mancano Filosofi persuasi che i moti celesti compongano un'armonia. Tutto ciò dimostra a sufficienza che ognuno ha giudicato le cose secondo la disposizione del proprio cervello, o piuttosto che ha preso per cose le affezioni dell'immaginazione" (Baruch Spinoza, Ethica, Parte Prima, Appendice).

martedì 24 maggio 2011

Infinite May

Cosa c'è stato nel mezzo? Maggio sembra non finire mai, disse Wallace, esattamente la scoperta (anzi, La Scopa), che ha riempito queste settimane di silenzio. C'è stato un rientro in Italia, "la terra che abbiamo perduto già mentre l'abitavamo", c'è stato - e c'è ancora - Lucrezio, col suo vita mortale, morte immortale che meraviglia e destabilizza come è giusto che sia, poi Sasso, Dionigi e Canfora. Foedera e oblio, atomi e lettere.

sabato 7 maggio 2011

I problemi del Collega X


07.05.2011

Colloqui fra colleghi, che Dio ce ne liberi. Mi sento sempre a disagio a parlare con altri studenti di filosofia, forse perché temo una volgarizzazione poco rispettosa di concetti altissimi che puntualmente si verifica, forse perché in realtà il confronto mi interessa poco. Sì, sono un orso e non ne faccio mistero. In più ho un gran talento nello spegnere qualsiasi tipo di entusiasmo, tanto più se infantile: non faccio mistero neanche della mia assoluta estraneità allo stato di natura. "Che forti i Seminare, eh?", mi chiedono puntualmente i colleghi italiani qui a Berlino. "Puoi esprimere le tue opinioni e confrontarti con gli altri! In Italia non lo facciamo mai, tutte quelle lezioni frontali, che rottura". Date le premesse che ricapitolerò brevemente, a) il "confronto" mi disturba; b) provo piacere nel portare a un più crudo realismo stati di entusiasmo bambineschi; non si farà fatica a immaginare la risposta, che tuttavia stupisce sempre i malcapitati ascoltatori, forse perché troppo fulminea, forse perché bacchettona come quella che darebbe un vecchio ottantenne. Proseguo nel riportare un colloquio tipo.
[Io]: "Mah, guarda, io seguo solo un seminario - per necessità burocratiche - e ne sono felice".
[Il Collega X]: "Perché dici così? In fondo quando un italiano va a studiare in Germania deve prendere il meglio del loro sistema universitario! Con le Vorlesungen ti annoi, e poi le facciamo sempre in Italia..."
[Io]: "Ecco, è proprio sulla nozione di meglio che non concordiamo. Preferisco una certa passività didattica all'attivismo delle opinioni a buon mercato".
[Il Collega X]: "Certo che sei strana eh..."
[Io]: "Sì, sono strana. Trovo la modalità seminariale didatticamente, moralmente e giuridicamente perniciosa per due ordini di motivi che ti esporrò brevemente. Uno: abitua a parlare senza cognizione di causa. Scopo del seminario è parlare o fare domande, non importa se stupide, basta che vengano fatte. Tutto ciò si traduce filosoficamente in una sopravvalutazione dell'importanza del problema: d'accordo, esistono nodi problematici che vanno sciolti, ma anche altri da cui si può partire come fossero coordinate geografiche. Cartesio disse qualcosa a riguardo, nelle Meditationes [è a questo punto che vorrei aggiungere: ammesso che tu le abbia lette, ma poi mi contengo, in fondo ci sono molti libri che io non ho ancora letto, di questo passo cartesiano non ricordo la pagina precisa e le regole del vivere civile mi sono piuttosto chiare, anche se a volte l'impeto le  offusca leggermente. Sono tuttavia ben presenti, sono una signora tutto sommato]. Ovviamente tutto questo Fragen stellen sarebbe privo di senso se si adottasse un approccio più devoto ai testi, la cui lettura riassorbirebbe in itinere molte delle domande che ci poniamo all'inizio della ricerca, un po' per entusiasmo un po' per scarsa conoscenza della questione di cui ci occupiamo. Motivo per cui, tra l'altro, aumenta il rischio di porre problemi inesistenti e storicamente o filologicamente inconsistenti e di inquinare così la pura ricerca teoretica.
Due [conseguenza del punto uno, vorrei chiarire anche questo all'ascoltatore, ma mi trattengo ancora; sto diventando pericolosamente consequenziale nelle argomentazioni e potrei essere giustamente tacciata di fatalismo da un buon Jacobi contemporaneo, anche se dubito di poter riconoscere nel mio ascoltatore un  seppur di bassa lega Friedrich Heinrich]: parlare senza cognizione di causa provoca un crollo dell'imputabilità della responsabilità in due sensi. Da un lato, in quanto puro pour parler, pone la discussione in una sorta di immaginario limbo dialogico (grazie Menk) che esonera da qualsiasi tipo di responsabilità per quanto si dice. Anche perché, intendiamoci, il più delle volte si parla di aria fritta. Dall'altro, il fatto di esporre verbalmente - direi quasi abusare della facoltà del linguaggio gentilmente concessaci - sembra porre questi amanti del seminario sotto l'egida del dialogo democratico (nel suo senso peggiorativo), che è sempre una buona scusa per imporre l'ignoranza".
Immaginate qualcuno che vi dica queste cose con gli occhi spalancati, parecchio impeto nei movimenti e un orologio da taschino appeso alla cintura. Avreste ragione a considerare il soggetto in questione un pezzo d'antiquariato, ma se vi ha lasciato un seppur vago ma sgradevole senso di smarrimento allora è davvero il caso che vi poniate una problema.

martedì 3 maggio 2011

Zeit e non Zeit

03.05.2011
Ho comprato un orologio da taschino al mercatino di antiquariato alla Ostbahnhof, in più c'è stato uno spassosissimo Galeriewochenende la settimana scorsa: das heisst, oscillo fra il tempo e il non tempo. Eppure comincia ad essere particolarmente piacevole.