domenica 31 luglio 2011

Un inconciliabile irreconcilable

Leggere Clausewitz a due passi da Potsdam, un anno dopo il primo incontro col generale. Rileggere Aron che nega ogni possibile influenza hegeliana sulla dialettica - eppure, è una dialettica - clausewitziana fra tattica e strategia; non avrebbe forse, in tal caso, il nostro prussiano usato nie versöhnender e non nie ausgleichender per dire che ogni sistema è di natura sintetica, sintesi da cui risulta un'inconciliabile opposizione fra teoria e prassi? (§ 6, II libro del Della Guerra). Ad ogni modo il traduttore inglese taglia la testa al toro con un inconciliabile con i nostri gusti irreconcilable.

giovedì 28 luglio 2011

Nomen Oblomen (-6 settimane)

28.07.11 

-42  Berlin Days left

E' ormai evidente che a monte di un lungo silenzio vi è la lettura di un grande libro; ne è riprova il fatto che gli scrittori mediocri scrivono tanto perché leggono poco. Andiamo, non mi obietterete mica che la prolificità è un dono di natura! E sia, ma non esiste scrittore prolifico (ammesso sia realmente tale) che non sappia fare i conti col silenzio devoto a cui la frequentazione di una grande opera lo costringe. Poi, un giorno, chi sa come, riprenderà a scrivere, e allora sarà davvero per lungo silenzio prolifico.
Non che io mi definisca una scrittrice, ma i silenzi me li gusto comunque. Dopo Oblòmov, potevo solo tacere e crogiolarmi nella quasi totale inattività, ed è allora che ho cominciato davvero a gustare Berlino. Devo tuttavia ammettere che a volte mi spavento ancora della dilatazione spazio-temporale di questo posto, ma chissà, forse avrei imparato a conviverci  solo se fossi rimasta a viverci per sempre. Invece il momento della partenza si avvicina ed è scandito dalle progressive partenze dei miei coinquilini. 
Sono "ormai" da quattro mesi a Berlino, con periodi più o meno lunghi di italianità nel mezzo, il resto di letture e vagabondaggi - non perdo mica il vizio. L'estate viene e va, a sentire gli autoctoni sembra sia già andata, noi del sud (che poi, ho scoperto, nella cultura geografica tedesca potrebbe essere indifferentemente anche est, purché abbia dell'esotico) continuiamo a sperare in un'esplosione di calura agostana che ovviamente non ci sarà. 
Se mi interrogavo sul limite fra stato borghese e stato di natura, ho avuto finalmente la risposta: oblomovismo. Davvero un peccato che venga così facilmente risolto nello stato di natura - Oblomòvka sembra effettivamente un idilliaco sogno d'innocenza, tuttavia mi stupisco che nessun critico acuto sia stato capace di guardare oltre. Oltre la fine del romanzo, che indica la soluzione in maniera così chiara da essere facilmente scambiata per banale. Oblomov ha trovato la chiave del Paradiso del Teatro di Marionette, e ormai sono sufficientemente sicura che il segreto sia nel suo nome. Ricordo che quando lessi i Fratelli Karamazov ebbi per la prima volta uno di quei guizzi che ogni tanto mi portano alla superbia, di quelli che poi sono costretta a ridimensionare e che sono in genere seguiti da una caduta di stile o da una grossa cantonata: il gioco vale senz'altro la candela, poiché la superbia è la strada migliore per l'umiliazione. Insomma Dostoevskij colpì me, da poco ex-ginnasiale, con la figura di un maestro di scuola che chiese a qualcuno - la storiella è un po' offuscata, ma chi ha letto il libro ricorderà il particolare, ammesso che l'abbia notato per fologorazione come nel mio caso - quale fosse il nome del fondatore di Troia. Professor Dardanellov, o qualcosa del genere, si chiamava. Feci una fragorosa risata saccente, poi non so quale cantonata presi per cui adesso strabuzzo solo gli occhi dimessamente quando leggo fra le lettere del nome O-b-l-o-m-o-v uno sperticato, appassionato perché distaccato elogio all'oblio[1].



[1] Sono servite in questo le letture comparate lucreziane di qualche mese fa: in Lucrezio. Le parole e le cose, Ivano Dionigi assimila la struttura atomica della fisica lucreziana alla struttura stessa della lingua, sulla scorta di alcuni termini che indicano tanto i fenomeni di aggregazione atomica quanto alcuni fenomeni linguistici o sintattici (concursus motus ordo positura figura): cita in questa sede un passo di Elias Canetti, in cui si parla della meraviglia curiosa con cui i bambini in età pre-scolare osservano le lettere dell’alfabeto; non avendo per loro un significato, sembrano piccole entità atomiche che si combinano fra loro secondo leggi ignote. Insomma sarebbe richiesta all'umanità una sufficiente dose di oblio per ricordare come leggere il mondo; ed è curioso che tramite questo procedimento atomico si possa giungere a un’interpretazione dell’oblomovismo che contempli appunto, l’oblio. Non voglio credere che una tale attenzione per i termini non sia stata presente nella poetica di un filologo di formazione quale fu Gončarov, onore a lui.